Dedicato a Vivian Lamarque e al suo sguardo bambino.
Mentre soffio sul caffè troppo caldo del bar, entra una bambina minuta e sottile come un filo d’erba. Ha una coda di cavallo storta che forse si è fatta da sola e un vestitino leggero a righe bianche e nere. Con le mani tiene stretta ai lati la sua gonna a ruota e si avvicina piano alla vetrina dei dolci. Poi si ferma, rimane immobile, ma con gli occhi corre velocissima da un vassoio all’altro. Senza alzare lo sguardo, punta il dito indice sul vetro immacolato e dice:
«Voglio quella crostatina alla mela carogna!»
Il ragazzo dietro al bancone sorride e muove le labbra come a dire “cotogna”, senza però farsi sentire. Intanto arriva la madre con un neonato che sta dormendo ancora, comodo, stretto al seno nella fascia arcobaleno. È tutta rossa in viso e ha il respiro affannato di chi ha appena finito di fare una gran corsa.
«Viola, me lo devi dire quando ti allontani…»
«Volevo la crostatina.»
«L’hai già mangiata stamattina. Forza, andiamo.»
«Ma questa è alla mela carogna.»
«Cotogna, muoviti ho detto.»
«Carogna.»
«Cotogna, Viola. Si chiama cotogna.»
«Carogna!»
In quel ping pong che pare non finire mai, il barista si schiarisce forte la voce, tanto che le due si voltano di scatto.
«Noi qui serviamo solo crostatine alla mela carogna.»
La bambina fa un sorriso che parte da un orecchio e arriva all’altro, mentre in quegli occhi grandi deve esserci improvvisamente finita la galassia di Andromeda, da quanto brillano. Prende il suo dolce soddisfatta e lo fa fuori in quattro secondi netti. Poi mi guarda, io la guardo. Ci scambiamo una lunga occhiata complice. Ho la chiara sensazione che lei lo sappia bene: non esiste alcuna variante di mela carogna. Esercita solo il sacrosanto diritto alla libertà di voler credere a quello che le pare, mentre guarda la realtà con le lenti fantasia tenute sulla punta del suo naso. Come darle torto. Io lo faccio tutti i giorni, da una vita.