Da bambino le estati le passavo a Roma, a casa dei nonni. Il loro appartamento era sopra un fornaio, e tutto il giorno tra quelle mura c’era un tepore rassicurante, e un odore intenso di pane appena sfornato ovunque. Rammento poco di quei giorni, ricordo però la luce che c’era in quella casa, una luce obliqua e brillante, e ricordo che il nonno mi chiamava dal fondo della strada quando mi vedeva arrivare.
Durante una di quelle estati — avevo forse nove anni — dovevo leggere, per la scuola, Pinocchio. Il libro però non mi piaceva e lo trascinavo da una stanza all’altra, cercando di rimandare il più possibile il momento di doverlo affrontare. In realtà, quello che non mi piaceva era l’adattamento che Disney aveva tratto del libro — ma cosa ne potevo sapere, a nove anni, di cosa fosse veramente un libro? Delle magie, dei miracoli che si nascondono tra le pagine di un libro?
Durante l’estate di Pinocchio, in una gita a Porta Portese, i miei genitori regalarono a mio fratello — maggiore di sei anni — un coltellino svizzero. Mi misi a fare i capricci, perché ne volevo uno anch’io.
«Tu sei troppo piccolo!»
«Ma io lo voglio! Lo voglio! Lo voglio!»
Dopo mezz’ora di urla e pianti il risultato fu che mi trovai tra le mani una scatola con due anatroccoli gialli. Eravamo così tutti felici: mio fratello con il suo coltellino e io con le anatre che mi seguivano da una stanza all’altra, nella casa piena di sole e di odore di pane dei nonni. Anche i miei me li ricordo sorridere, davanti a quelle creature sgraziate che ondeggiavano con la pancia gonfia per stare dietro il mio passo.
Qualche anno dopo, con l’avvicinarsi dell’adolescenza, avevo iniziato a maturare una sorta di desiderio di giustizia e di riscatto sociale, e le prime a farne le spese furono proprio le anatre. Erano diventate bianche e grandi, erano cresciute starnazzando nella campagna dei nonni. Dopo una lunga discussione convinsi i miei che era ingiusto che quelle bestie se ne stessero in cattività, e che era corretto invece, anzi doveroso, liberarle. Decidemmo quindi di portarle in uno dei parchi pubblici della città, uno con un grande stagno pieno di papere e cigni. Lì sarebbero state in compagnia, lì sarebbero state libere. Mi accompagnò mio padre, un pomeriggio. Avevo il cuore pieno di speranza, mi sentivo improvvisamente parte di un meccanismo che produceva bontà allo stato puro. Quando liberammo le anatre nello stagno i miei occhi si riempirono di gioia a vedere quelle piccole creature nuotare e immergere il capo nell’acqua, bagnarsi di luce e di sole, finalmente emancipate dall’oppressione degli umani. Quello che vidi poi, però, fu atroce. Il cigno più grande, che era stato indifferente per i primi momenti, si fiondò verso le anatre a gran velocità, spalancando le ali. Colpì con violenza prima al corpo, poi al capo; prima una, poi l’altra. Le nostre anatre starnazzavano indietreggiando, colte di sorpresa, mentre gli altri cigni, le altre papere le avvicinavano e le chiudevano in cerchio. Quando furono senza via d’uscita, quella baraonda attaccò senza pietà, alzando una nuvola di acqua e di piume bianche, con violenza inaudita — per lo meno agli occhi di un piccolo uomo che ancora deve imparare tutto dalla vita. Le bestie si fermarono solo quando le nostre anatre erano ferite e lontane dai confini dello stagno. Le riportammo in campagna. In macchina piansi, perché pensavo di poter cambiare le cose, intervenendo, ma le cose erano peggiorate.
Rileggendo Pinocchio da adulto mi è tornata in mente la storia della anatre, un po’ perché quel libro era legato a quel periodo, e un po’ per qualcos’altro. Da bambino, di certo, non potevo capire che la Natura ha regole che possono sembrare brutali. E forse non potevo nemmeno capire l’insolenza di Pinocchio che, proprio come le mie anatre, si era trovato in una situazione di cattività e aveva provato a emanciparsi, pagando (anche) sulla propria pelle gli errori. Pinocchio che — forse — mentiva senza cattiveria. Succede a tutti, d’altronde. È successo persino ai miei, di mentire, di fronte a un pasto domenicale a base di anatra, qualche tempo dopo l’episodio dello stagno. Davanti ai miei occhi perplessi sul piatto, mi avevano assicurato che le nostre anatre erano riuscite a scappare dalla campagna dei nonni, e che ora se ne stavano in un posto migliore, libere di godersi la loro vita. E così avevamo mangiato tutti anatra all’arancia una domenica a pranzo in una sorta di eucarestia laica, un sacrificio che non portava a niente. A ripensarci piuttosto, mi chiedo cosa mai abbiano fatto di male quelle due povere bestie. Pinocchio alla fine aveva scelto, loro invece non avevano fatto nulla per meritarsi un’esistenza così misera.