Alcuni libri nascono in un’epoca precisa e, quasi inavvertitamente, la superano. Restano sugli scaffali di famiglia, passano da una generazione all’altra, vengono riaperti per nostalgia e richiusi con stupore. Storie della storia del mondo di Laura Orvieto appartiene a questa categoria rara: opere pensate per introdurre i più giovani al sapere e finite per parlare con intelligenza anche agli adulti. In un tempo come il nostro, dove il passato viene spesso consumato in frammenti veloci, tornare a Laura Orvieto significa ritrovare una scrittura limpida, una pedagogia senza paternalismi e una fiducia radicale nel lettore.
Ci siamo incontrate a Firenze, nel Giardino Bardini, in quella terrazza sospesa sulla città dove le epoche sembrano parlarsi ancora: il profilo della cupola, l’Arno che taglia il tempo, il silenzio interrotto dai passi dei visitatori. Seduta accanto a una balaustra di pietra, con un libro chiuso tra le mani, Laura Orvieto osserva Firenze dall’alto come si osserva una storia già vissuta e sempre in divenire. Mi avvicino con la cautela che meritano certi incontri tardivi e necessari e iniziamo a parlare:
Missinflorence: «Signora Orvieto, il suo nome è rimasto legato all’idea di una letteratura per l’infanzia colta e mai condiscendente. Si riconosce in questa definizione?»
Laura Orvieto: «Mi riconosco soprattutto nella parola colta, se con essa si intende rispetto. Per molti anni si è pensato che ai bambini si dovesse offrire una lingua ridotta, un pensiero semplificato, una morale pronta all’uso. Io ho sempre creduto il contrario: il giovane lettore comprende molto più di quanto l’adulto immagini».
M.: «La critica più attenta ha spesso notato proprio questo: nei suoi libri non c’è mai tono paternalistico».
L.: «Perché il paternalismo nasce dalla vanità degli adulti. Si scrive per mostrare di sapere, non per comunicare davvero. Volevo raccontare, non impartire lezioni».
M.: «Eppure Storie della storia del mondo ha una chiara intenzione educativa».
L.: «Educare non significa ammaestrare. Significa aprire finestre. Se un ragazzo, chiuso il libro, desidera sapere altro sugli Egizi, sui Greci, sui Romani o sugli uomini venuti prima di lui, allora il libro ha compiuto il suo lavoro».
M.: «Molti studiosi hanno osservato che il suo testo anticipa una moderna idea di divulgazione: rendere accessibile senza impoverire».
L.: «Parola bella, divulgazione, purché non significhi abbassare. La chiarezza è un atto di precisione, non di rinuncia. Scrivere oscuro è spesso facile; scrivere limpido richiede disciplina».
Un vento leggero muove le fronde del giardino. Firenze, sotto di noi, sembra composta in strati successivi: medievale, rinascimentale, contemporanea. Penso che non esista luogo migliore per parlare di storia con chi ha saputo renderla familiare.
M.: «Leggendola oggi colpisce la naturalezza con cui la storia diventa racconto. Non una sequenza di date, ma una vicenda umana».
L.: «Le date non servono all’immaginazione. Naturalmente sono necessarie, ma da sole non bastano. La storia vive quando si intuiscono le paure di un popolo, l’ambizione di un sovrano, l’ingegno di una città, l’errore che muta il destino».
M.: «C’è chi ha definito la sua scrittura “domestica” nel senso più alto del termine: capace di portare grandi temi dentro la casa, nella conversazione quotidiana».
L.: «Mi piace. La cultura chiusa nei palazzi serve a poco. Io volevo che il mondo entrasse nei salotti, nelle camerette, nelle ore del dopocena. Un bambino che ascolta una storia e una madre che la segue accanto a lui: ecco un piccolo miracolo civile».
M.: «Alcuni critici contemporanei leggono nei suoi libri anche una forma di emancipazione femminile discreta ma concreta: una donna che costruisce autorevolezza attraverso la scrittura».
L.: «Le donne del mio tempo hanno spesso dovuto essere discrete per poter essere libere. L’enfasi era concessa agli uomini. A noi toccava la costanza. Non me ne dolgo: la costanza lascia tracce più lunghe del clamore».
M.: «Il suo nome, però, è stato a volte collocato in una nicchia: “scrittrice per ragazzi”, quasi fosse una categoria minore».
L.: «Le nicchie rassicurano chi le costruisce. Se si dice “per ragazzi”, molti adulti si sentono autorizzati a non leggere. È una perdita loro, non mia».
M.: «Dunque lei rifiuta una gerarchia tra letteratura adulta e letteratura infantile?»
L.: «Rifiuto ogni gerarchia fondata sul destinatario. Esistono libri vivi e libri morti. Alcuni cosiddetti libri per adulti invecchiano in una stagione; certi libri per giovani restano per decenni».
Le sue parole cadono con la semplicità delle verità non ostentate. Poco lontano, un visitatore fotografa il panorama. Mi domando se oggi sappiamo ancora guardare il tempo senza trasformarlo subito in immagine.
M.: «Nel libro si avverte anche una forte fiducia nell’idea di progresso culturale. Oggi quella fiducia è più fragile».
L.: «Ogni epoca si crede disincantata. Ma senza fiducia non si insegna nulla. Non parlo di ottimismo ingenuo: parlo della convinzione che conoscere renda meno ciechi».
M.: «Oggi viviamo immersi in informazioni continue e spesso senza gerarchia. Cosa direbbe ai lettori contemporanei?»
L.: «Che sapere molte cose sparse non equivale a comprenderne una sola. La storia serve a legare i fatti, a vedere cause e conseguenze. Senza legami restano soltanto rumori».
M.: «Il suo tono non è mai ansioso. Lei accompagna il lettore, non lo incalza».
L.: «L’ansia dell’autore nasce quando dubita del proprio materiale. Io mi fidavo delle storie degli uomini: sapevo che avrebbero retto da sole, se raccontate bene».
M.: «C’è una qualità morale nella sua misura stilistica?»
L.: «La misura è rispetto del lettore. Non bisogna stordirlo con l’enfasi, né blandirlo con la facilità. Bisogna offrirgli una forma ospitale».
M.: «Molti la ricordano per il mondo classico, per i miti, per la Grecia resa familiare ai bambini italiani. Storie della storia del mondo le sembra meno celebrato di quanto meriti?»
L.: «I libri hanno destini propri. Alcuni brillano subito, altri lavorano in silenzio. Non tutti i semi germogliano nella stessa stagione».
M.: «Se dovesse definire in una frase il compito di questo libro, quale sceglierebbe?»
L.: «Far sentire a un giovane lettore che il passato non è morto, ma lo riguarda».
M.: «E il compito della letteratura?»
L.: «Rendere vicine cose lontane e profonde cose semplici, senza tradirle».
Il sole comincia a piegarsi dietro i tetti. Firenze prende quella luce dorata che sembra appartenere soltanto alle città che hanno imparato a convivere con la propria memoria. Laura Orvieto chiude il libro che teneva sulle ginocchia e guarda ancora una volta il panorama.
M.: «Signora Orvieto, perché dovremmo leggerla oggi?»
L.: «Per la stessa ragione per cui si guarda un fiume antico: non è mai identico, eppure continua a scorrere dentro il presente».
La saluto mentre il giardino si svuota lentamente. Resta la sensazione che alcuni autori non vengano consumati dal tempo, ma chiariti. E che Storie della storia del mondo, più che un libro per l’infanzia, sia ancora un libro per chi desidera capire come gli esseri umani siano arrivati fin qui.