Nel buio

Paola Cellamare

Se una di quelle persone incuriosite dalle vite che scorrono dietro le finestre ci avesse visti la scorsa domenica, avrebbe pensato alla tenera quotidianità delle coppie che si svegliano e fanno colazione insieme. Io con una leggera camicia da notte, lui con la canottiera bianca e il pantaloncino blu, sedevamo vicini al tavolino accanto alla finestra. Il caffè caldo nelle tazze, la frutta di stagione, la tovaglia ricamata, il pacco di biscotti quasi finito. 

 

Se una di quelle persone incuriosite dalle vite che scorrono dietro le finestre ci avesse visti la scorsa domenica, avrebbe ignorato le mie notifiche disattivate, la sua modalità aerea, i libri con le dediche nascosti e soprattutto non avrebbe mai saputo che quel pacco di biscotti era stato aperto in un’altra casa, per un altro uomo. 

 

“Ma quando sei diventata così cinica?” mi chiese Daniele dopo la mia ennesima considerazione al vetriolo. 

“Cerco l’uomo”, risposi. 

“A volte mi ricordi tanto un racconto di Cechov, La signora col cagnolino.”

“E perché?” domandai, ammettendo così di non aver mai letto nulla di Cechov.

“Sei come Gurov. C’è una scena in cui, mentre lei si strugge col vittimismo e la mancanza di autostima, lui si prende il suo tempo per mangiare una fetta di anguria sul tavolo, con calma. Ecco, tu sei uguale. I tuoi bisogni primari vengono prima di tutto il resto.”

 

Sorrisi, sapevo che era il suo modo di scherzare e che in quelle parole c’era tutto l’affetto delle persone che si conoscono da molto tempo. Eppure, l’idea di questo uomo che davanti a un piagnisteo pensa a godersi la sua fetta di anguria mi incuriosì al punto tale da volerne sapere di più, e per questo chiesi a Daniele di trovarmi il racconto. Lo scovò su un sito internet e iniziò la lettura con la perfezione della sua voce posata: nell’intonazione emergeva la carriera di attore cui non aveva mai creduto abbastanza.

 

“Più lo guardo e più lo invidio, vorrei avere almeno un quarto delle sue qualità”, pensai.

 

Ci spostammo in camera da letto così potei ascoltare comodamente distesa mentre lui leggeva seduto accanto a me.
Non sapevo si trattasse della storia di un adulterio, ma già dalle prime righe il profilo di Gurov iniziò ad assomigliare a quello di Riccardo, mentre io mi identificavo irrimediabilmente in Anna. La noia, quella mancanza di rapporti con le cose che è anche moto di tutte le cose, legava tanto i due protagonisti quanto noi. Quattro personaggi congelati in un matrimonio non più felice pronti a generare il caos con un solo viaggio. Loro a Jalta, noi in una più improbabile Prato.

 

“Volevo vivere, vivere, vivere… Bruciavo di curiosità” lesse a un certo punto Daniele. 

 

Era Anna a parlare e stava dando voce a tutti, ma proprio tutti. Anna bruciava e bruciavo anche io insieme ai demoni che avevo deciso di nutrire. 

Io e Riccardo eravamo stati insieme meno di una settimana prima, e con la sete dei nostri corpi avevamo scelto di abbandonarci e perderci in quella breve parentesi fatta di bugie che ci eravamo concessi. Passammo i primi tre giorni chiusi tra le mura di una casa vacanze. La scelsi io e mi assicurai che ci fossero gli specchi, mi servivano per cercare di trattenere l’immagine delle nostre esistenze vicine, visto che le foto ci erano proibite. Infine, il sabato, accettammo l’invito di un nostro amico e complice, evasore della realtà quanto noi, ad andare in un club. 

Si chiamava “Den of Wolves”, La Tana dei Lupi. Non avevo idea di cosa potesse essere, ma qualcosa mi diceva che nell’armadio non avrei avuto abiti adeguati. Arcangelo, il nostro amico, mi assicurò che avrei potuto indossare qualsiasi cosa, purché nera, e che non c’era nessun motivo di sentirmi a disagio. Così feci. Misi un vestitino nero che mi dava, più che altro, l’aria di una bambina il giorno della festa. 

 

Arrivammo in una distesa di ex capannoni tessili, era buio e a mezzanotte il contesto appariva altamente spaesante. 

Era un perfetto non-luogo, e non immaginavo che in mezzo a quell’asfalto scialbo e periferico, una luce al neon, propria degli ospedali, avrebbe attirato persone che sembravano provenire dal sottosuolo.

Tatuaggi, rossetti scuri, piercing, borchie: erano questi gli elementi in comune della folla che si addensava per ritirare il biglietto. Ci unimmo anche noi a questa calca mentre le mie sovrastrutture, costruite su anni e anni di educazione cattolica, si prendevano gioco di me e mi offrivano sensazioni contrariate e di disgusto. Sapevo che sarebbe bastato un gin tonic per abbatterle, dovevo solo aspettare di essere davanti al bancone. 

Una specie di orco con i capelli unti mi permise l’ingresso e, varcata la soglia delimitata da una grossa tenda di velluto viola, mi trovai in uno spazio piccolo, simile a quello delle feste al liceo cui partecipavo, di nascosto. 

 

Su un modesto palco si esibiva un gruppetto di provincia, intorno uomini e donne così simili tra di loro, ballavano e bevevano. In questa fauna dark mi colpì un signore con una polo verde. Aveva tutta l’aria di essere un impiegato. Era completamente dissonante rispetto alla realtà che lo circondava, e sembrava divertirsi più di tutti gli altri. Lo avvertii come un’anima amica e sorella e fu probabilmente merito suo se iniziai a lasciarmi andare anche io. Mi abbandonai al suono di quella musica martellante e iniziai a ballare. Non so se era il mio corpo a possedere la danza o la danza a possedere me, so per certo che si trattava di movimenti ancestrali che mi appartenevano dall’origine. 

 

Tutto mi sembrava tendere all’estremo e anche il profumo di Riccardo era un eccesso erotico. I miei passi frenetici erano sostenuti dalla foga, dall’eccitazione e dalle fantasie e ci scambiavamo baci violenti senza bisogno di nasconderci, nonostante fossimo in mezzo a molte altre persone. Era questo il vero miracolo. 

Entrambi, forse, custodivamo l’ambizione di rendere quella notte lunghissima e, se possibile, di liberarla dalla condizione temporale cui era costretta. Tornammo a casa alle 4 e non eravamo stanchi ma solo carichi del desiderio di possederci, pur sapendo che la sveglia ci avrebbe sorpresi di lì a poco per riportarci sul piano della realtà, farci raccogliere le nostre cose e separarci di nuovo, per ricondurci ai doveri della vita coniugale. E così fu. Come Anna, la mattina seguente soffrivo in volto.

 

“Come? Come?” – sentii Daniele pronunciare queste parole, era completamente entrato nella parte. “Come?” ripeté ancora. 

 

Mi resi conto di aver seguito solo l’inizio del racconto, di aver pensato a Riccardo mentre Daniele leggeva e di essere preda di una smania che non potevo assecondare.

 

Già, come? 

 

Come poter smettere di nascondersi? 

 

Una volta Saverio mi disse che le relazioni si alimentano nella clandestinità perché è la natura stessa a crescere e svilupparsi nel buio. Basti pensare che il sole secca il seme che cresce nascosto nel terreno. 

 

Ma come soddisfare quel bisogno costante di condivisione, di avere quella persona sempre accanto? Come?

 

Ero angosciata.

 

“Ti è piaciuto?” – mi chiese a un certo punto Daniele.

“Molto – risposi – bello davvero”.

 

Mi alzai dal letto e andai in cucina, il tavolo era come lo avevamo lasciato.

Mi affacciai alla finestra e vidi una ragazza soffermarsi proprio davanti a noi. Daniele si avvicinò e mi cinse i fianchi. Presi un biscotto, era l’ultimo, la ragazza continuò a guardare. 

 

Mangiai con calma, e restai in silenzio.

 

 

* Questo racconto è stato scritto e selezionato tra maggio e giugno 2022 per la Rivista La città dei lettori durante il corso Scrivere un racconto curato da Luca Ricci e promosso da Fenysia – Scuola di linguaggi della cultura

Paola Cellamare

Originaria di Martina Franca, vive a Firenze dal 2017. Si laurea in Pedagogia dedicando gran parte degli studi a Walter Benjamin. Appassionata di teatro, ha frequentato diversi festival e laboratori con importanti compagnie. Allieva della Scuola Fenysia è socia fondatrice della Casa Editrice “La Noce d’Oro”.

Lettura consigliata
La signora col cagnolino
Anton Čechov
Un lieve mistero aleggia in queste pagine di Čechov. È il mistero di sentimenti improvvisi contraddittori incontrollabili. Non si sa come e quando nascano: forse da quel mare di noia che spesso circonda minaccioso i suoi personaggi o forse solo dall’ironia dell’autore o forse ancora dai cuori irrequieti e imprevedibili che popolano quest’affascinante Russia pre-rivoluzionaria con i suoi salotti di provincia le sue feste le sue convenzioni i suoi personaggi le sue carrozze i suoi cavalli i suoi inverni e le sue dolci primavere. Nessuno come Čechov è stato capace di raccontare un mondo con tanti dettagli con tale verità di atmosfere. Ma questo mondo così concreto sembra poter svanire in ogni istante trascinandosi dietro la felicità dei suoi personaggi e le loro certezze.