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Postapocalypse Now

By 7 Settembre 2022 No Comments

Postapocalypse Now

Vera Gheno

L’essere umano è un animale abitudinario, misoneista, istintivamente xenofobo; eppure contemporaneamente è un essere curioso, relazionale e, soprattutto, adattabile. Fisicamente non troppo dotato – per esempio, necessita di abiti per coprirsi, avendo perso da tempo la sua pelliccia –, compensa la sua carenza di forza fisica con l’intelligenza e l’inventiva: la logica fuzzy è quella che ci permette di reagire in ogni situazione in maniera imprevedibile e imprevista perfino a noi stessi. Dunque, più che forti siamo ingegnosi, più che resistenti siamo resilienti.

 

Stante la nostra gracilità e la nostra caducità, è più che normale che temiamo la morte; ne cogliamo con inquietudine i segnali, quando il nostro fisico inizia a cedere e molti movimenti e attività che davamo per scontati diventano difficili, o più faticosi di prima; in generale, la releghiamo in fondo a una prospettiva lontanissima, cercando di pensarci il meno possibile. Il tabù che riguarda la morte è tale da comportare anche una tabuizzazione linguistica: il caro estinto se n’è andato, è salito in cielo, è volato via, si è addormentato per sempre. Evitando di nominarla, la morte, pensiamo di esorcizzarla.

 

Tutto questo non toglie che sovente manifestiamo un vero e proprio appetito per la distruzione, che viene soddisfatto con il consumo di serie TV, film, podcast e libri a tema: scenari postapocalittici o postatomici, nei quali la Terra è diventata luogo di morte e desolazione a causa di qualche catastrofe, sanitaria, naturale, extraterrestre o provocata dal’uomo che sia: mi vengono in mentre L’ombra dello scorpione di Stephen King, Seveneves di Neal Stephenson, La strada di Cormac McCarthy, numerosi libri del medico-scrittore Robin Cook…

 

A parte la distruzione umana e ambientale, l’elemento costante di queste opere è la presenza di (poche) persone sopravvissute che, in un modo o nell’altro, pur avendo perso praticamente tutto, si mettono alla ricerca di altri esseri umani, di una prospettiva di futuro, di qualcosa che serva non solo per spiegare ciò che è successo, ma anche per evitare che succeda nuovamente: “l’esplosione enorme che nessuno udrà” preconizzata da Italo Svevo nelle pagine finali della Coscienza di Zeno decima l’umanità, ma non la spezza: c’è sempre chi rimane; con lo scopo, o perlomeno la speranza, di ricostituire la specie umana. 

 

Mi piacciono i libri catastrofici: li leggo avidamente, immaginando come potrebbe essere ritrovarsi in un mondo privo della quotidianità e dei punti di riferimento a cui sono abituata. Al di là di questo gusto forse un po’ macabro, la mia esistenza è contraddistinta da un elemento ricorrente: sogni estremamente vividi nei quali mi ritrovo in una situazione di pericolo estremo (un terremoto: la casa sta crollando; un meteorite che solleva un’onda anomala di dimensioni mai viste che sta per sommergere tutto; un’esplosione atomica; un attacco aereo; qualcuno o qualcosa sta cercando di entrare nella mia casa, e devo barricarmi dentro; una misteriosa pandemia sta decimando gli umani, o, forse peggio, li sta rendendo degli zombi, o dei mostri pressoché impossibili da uccidere…) nella quale sono costretta a ingegnarmi per la sopravvivenza mia e dei miei cari. Il sogno è molto preciso: nella mia testa, passo molto tempo a decidere chi e che cosa salvare; come fare a portarmi appresso, figlia e genitori a parte, i nostri quattro gatti; cosa mettere nello zaino, quali risorse essenziali selezionare. Serviranno i soldi o le carte di credito? Meglio portarsi dietro gli ori? Quali medicine considerare essenziali? Che scarpe indossare per una fuga? Come scendere dalle scale di un palazzo in procinto di crollare? Dove rifugiarsi in caso di terremoto? Che cosa usare come arma di difesa? Serviranno degli accendini? Come fare per il cibo? E i cellulari, i computer, le batterie di scorta, i cavi? Partire in automobile, a piedi, in moto? Il mondo attorno a me va in rovina, ma io, nel mio sogno, con un sangue freddo e un pragmatismo che non sospettavo di avere, riesco a organizzarmi nel migliore dei modi. 

 

Peculiarità di queste (stancanti) avventure oniriche è che finiscono immancabilmente bene: arrivo a un passo dal baratro, dalla fine, ma me la cavo ogni volta; riesco a uscire/barricarmi/fuggire/difendermi salvando me stessa e le persone a me vicine, e il tutto si conclude con un pizzico di egoismo e uno spiraglio di sollievo. Mi sveglio speranzosa, non disperata.

 

Non ho mai capito da quale parte del mio subconscio provengano questi sogni pericatastrofici; ormai ci convivo da molto tempo, e accetto la loro imprevedibile visita con tutta la serenità possibile, evitando di pensare che possano essere presagio di qualcosa che deve avvenire realmente. Ma in un momento come questo, dopo due anni a difendersi da una pandemia i cui effetti sono ancora tutti da capire, in un mondo sconvolto da decine di guerre, la più recente delle quali a un passo da noi, a volte è difficile vedere la differenza tra ciò che è frutto della nostra fantasia e ciò che, invece, è la triste realtà: i medici con le tute anticontagio, le pile di bare, le famiglie che fino a un momento prima vivevano una vita simile alla mia, adesso costrette a fuggire lasciandosi tutto alle spalle. E l’essere umano, in tutto questo, immancabilmente si adatta: ai lockdown, alle mascherine, alla perdita di ogni cosa posseduta, al silenzio innaturale e alle sirene della contraerea. Guardo mia figlia e stringo i pugni, pensando a quanto tutto questo sia sbagliato, inumano, e vorrei poter fare di più per garantire alla sua generazione un mondo meno assetato di potere, meno corrotto, forse meno “rotto” di quello attuale.

 

In quell’attraente e inquietante zona grigia tra la plausibilità e la fantasia, si sviluppa la storia di uno dei miei libri preferiti. Degli scienziati scoprono che un virus misterioso, trasmesso dai pipistrelli (mi ricorda qualcosa), se opportunamente modificato in laboratorio, sembra impedire l’invecchiamento e la morte degli esseri umani. Come spesso accade, il primo ambito nel quale si pensa di impiegare questa scoperta eccezionale è quello militare: si procede, dunque, a selezionare dodici condannati a morte che possono scegliere, in alternativa all’esecuzione, di fare da cavie umane per un esperimento vòlto a creare dei supersoldati. L’inoculazione, però, provoca conseguenze impreviste (non per chi legge, che invece ormai sa bene cosa succede quando gli umani si macchiano di hubris, di tracotanza, e pretendono di sostituirsi a Dio): i dodici diventano dei mostri incontrollabili, dalla forza sovrumana, assetati – letteralmente – di sangue; praticamente, dei vampiri. L’unica speranza sembra essere la tredicesima cavia umana, una giovanissima orfana di nome Amy. Aiutata dall’agente Wolgast nella sua fuga dalla base militare e da ulteriori esperimenti più simili a torture, Amy inizia un viaggio lunghissimo nello spazio e nel tempo, alla ricerca di un antidoto che possa sconfiggere i virali, ossia le persone infettate, e salvare l’umanità dall’estinzione. 

 

Di tanto in tanto, una voce (o una penna) riprende in mano dei topoi narrativi consunti e li trasforma in qualcosa di nuovo, di inedito. Questa volta tocca a Justin Cronin, che in tre libri-fiume (solo i primi due dei quali tradotti in italiano) costruisce un racconto di proporzioni epiche, che a me ha ricordato la serie della Torre Nera di quella mente insondabile di Stephen King. Su un Nordamerica riarso, desertificato, in cui la morte si nasconde dietro a ogni angolo, Amy e Wolgast viaggiano, incontrano altri sopravvissuti, scampano ad agguati, si disperano, sperano, sorretti dall’unica forza che, alla fine di tutto, conti davvero: l’amor che move il sole e l’altre stelle, sempre lui. Del resto, si sa, Dante la sapeva lunga.

Vera Gheno

Sociolinguista, traduttrice dall’ungherese e divulgatrice, ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca e per quattro anni con la casa editrice Zanichelli. Ha insegnato come docente a contratto all’Università di Firenze per 18 anni; da settembre 2021 è ricercatrice di tipo A presso la stessa istituzione. La sua prima monografia è del 2016: Guida pratica all'italiano scritto (senza diventare grammarnazi); dopo vari altri volumi, nel 2021 pubblica Trovare le parole. Abbecedario per una comunicazione consapevole (con Federico Faloppa, Edizioni Gruppo Abele) e “Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole (Einaudi).

Lettura consigliata
Il passaggio
Justin Cronin
In una remota base militare in Colorado il governo degli Stati Uniti conduce esperimenti su un virus in grado di rendere più forti gli esseri umani, preservandoli da malattie e invecchiamento. Cavie umane sono dodici condannati a morte e una bambina. Ma qualcosa va storto: i detenuti si trasformano in creature assetate di sangue e fuggono dalla base, seminando morte e distruzione. In un attimo gli eventi precipitano e tutto ciò che rimane agli increduli sopravvissuti è la prospettiva di una lotta interminabile, di un futuro governato dalla paura del contagio, della morte e di un destino ancora peggiore. L’unica speranza è rappresentata da Amy, piccola superstite del fallimentare esperimento: su di lei il virus ha avuto effetti particolari e ora il destino dell’umanità è nelle sue mani. Sarà l’agente dell’FBI Brad Wolgast a salvarla da una fine terribile e a iniziare con lei un’incredibile odissea per liberare finalmente il mondo dall’apocalisse in cui è precipitato.