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Una persona come tante

By 22 Febbraio 2023 5 Marzo, 2023 No Comments

Una persona come tante

Luca Giommoni

Bregolisse è una persona come tante. Lavora come imbianchino e, se capita, non disdegna di lavorare in nero. Ha sempre votato sinistra ma ultimamente sente la sua provincia meno sicura: troppi immigrati, troppi ladri. Bregolisse è il protagonista dell’ultimo romanzo di Giovanni Dozzini, Qui dovevo stare, dove seguiamo, attraverso un flusso di coscienza serratissimo, la parabola di un uomo che per evitare un possibile male ne sceglie uno concreto, più grande.

Bregolisse è una persona vera.

Esiste.

 

 

Bregolisse è Enzo: una vita al distributore, a riempire serbatoi lungo una statale, pensando a chi schiererà in attacco la Juventus e ai figli che crescono.

Adesso Enzo è preoccupato per la sua colonnina self service. Ha paura che qualcuno gliela faccia saltare in aria per derubarlo, del resto: «È già successo al Pagnetti» ripete alla moglie, dicendole che se pure lo Stato consente di difendersi da soli significa che esiste la possibilità di un pericolo concreto, che quell’appuntamento in Questura per il porto d’armi non è una perdita di tempo: è sicurezza.

«E poi che farai?» gli chiede la moglie. «Passerai le notti a fare la posta nel gabbiotto del distributore?».

«All’occorrenza» risponde Enzo.

 

 

Bregolisse è Vincenza che passa le giornate al telefono con il figlio perché proprio non capisce le ragioni per cui i bengalesi del piano di sotto abbiano preso un cane. «Non basta che cucinino, anche il cane adesso!» dice Vincenza. «Che se ne faranno poi di un cane?».

Il figlio le suggerisce di chiamare la municipale, ma Vincenza ci pensa un po’ su e sbuffando dice: «Ma neanche abbaia, cosa vuoi che faccia…». Però Vincenza tutti i martedì si riunisce con il comitato di quartiere. Gente responsabile che ha a cuore la sicurezza e il decoro, proprio come lei.

Filippo, quello delle poste, l’ultima volta, a fine riunione, l’ha avvicinata e, alludendo con entusiasmo alla quantità di iniziative proposte in quei pochi umidi metri quadrati dello scantinato della parrocchia, dove si riuniscono, ne ha approfittato per metterle in mano un santino elettorale.

«Se vuoi questo, ma più in grande» le ha detto. E adesso Vincenza, ogni volta che incontra per strada una faccia che non le piace o sente il vocio di quei perdigiorno raggruppati davanti a uno dei tanti negozietti multietnici, ricorre a quel santino che si porta sempre dietro, come un’arma o un portafortuna.

Le basta toccarlo, sfiorare il nome e i colori riportati su quella carta patinata, per sentirsi più tranquilla.

 

 

Bregolisse è Angelo, ispettore di polizia allo sportello immigrazione della Questura, costretto ad alienarsi, una volta a casa, con programmi di torte giganti pur di togliersi dalle orecchie le cinque ore giornaliere di continuo via vai di quegli stranieri cui sbaglia volontariamente la pronuncia del nome per strappare una risata al collega di scrivania.

«Ehi, Adobe, bella vita, eh?» dice ad Aboubacar. «Gengis Khan, si sta bene qua in Italia, vero?» dice a Jaman Hassan rinnovandogli il permesso di soggiorno.

Ad Angelo, tutti quegli stranieri non stanno neanche antipatici. Il continuo via vai sì. Per questo alle ultime elezioni non ha pensato due volte a fare una bella X sul simbolo ritenuto più idoneo.

 

 

Poi, una mattina di novembre, Angelo si ritrova sotto agli occhi Hasif Mia in lacrime dopo aver ricevuto il diniego della commissione territoriale in merito alla domanda di protezione internazionale. Angelo sa che in base alle modifiche introdotte dal nuovo governo, Hasif Mia potrà fare ricorso ma non potrà sperare nella Protezione Umanitaria. Il conto alla rovescia che separa Hasif Mia dall’appellativo di ‘clandestino’ è già iniziato. Hasif Mia non può farci niente anche se continua a ripetere che non è facile trovare lavoro ma che sta imparando a parlare al futuro in italiano e non vede l’ora di mostrare i suoi progressi al giudice il giorno del ricorso.

Angelo è lontano anni luce da quelle lacrime ma non può non guardare la speranza che, nonostante tutto, ancora contengono. E per la prima volta si chiede se non sia giusto offrire un riparo a quell’ottimismo immotivato, dargli spazio e vederlo crescere. Se faccia più male bagnarsi le guance con un sogno o riempirsi gli occhi di rancori e frustrazioni. Ma l’unica cosa che riesce a fare è allungare a Hasif Mia la notifica del diniego.

«Io farò ricorso» dice Hasif Mia prima di uscire. «Tutto andrà bene» e sorride, orgoglioso di aver coniugato bene il suo futuro.

«Al nostro Hasif lo aspetta un futuro radioso» ironizza poi il collega di scrivania cercando la complicità di Angelo.

Angelo accenna un sorriso e intanto pensa a come, certe volte, anche tracciare una semplice X dovrebbe essere un gesto complicatissimo, allo stesso modo di camminare accompagnati dal filo spinato, di coprire chilometri e chilometri di mare con una sola preghiera o di piangere un sogno.

Luca Giommoni

Nato a Cortona nel 1985, è insegnante di italiano per stranieri. Ha lavorato sia in scuole private che in associazioni no profit. Suoi racconti sono stati pubblicati su numerose riviste, tra cui Effe – Periodico di Altre Narratività, Pastrengo, L’Indiscreto e sul «Corriere Fiorentino». Il rosso e il blu – Una comune favola di migrazione (Effequ, 2020) è il suo primo romanzo.

Lettura consigliata
Qui dovevo stare
Giovanni Dozzini
Luca Bregolisse, detto il Brego, imbianchino quarantenne che se può lavora in nero, ha un passato da ragazzo dei centri sociali, una moglie a casa a cui non dà mai retta, una figlia piccola, un padre pensionato e comunista – che, quando è stato il momento, ha votato per la mozione Occhetto che ha ammazzato il partito – e un dipendente marocchino di nome Nabil pieno di guai, molti dei quali da ricondurre al figlio minorenne Mohamed, detto Massimino, che spaccia e ogni tanto scompare. Il Brego lo sa come funzionano le cose, che prima in provincia tutti si stava meglio, senza immigrati e senza ladri, tanto che adesso è giusto pensare al porto d’armi, tra un caffè corretto con il suo amico il Tordo e un’occhiataccia della madre, che da morta gli si è appollaiata tra il sopracciglio e la tempia e non gli parla. Solo che le cose si complicano quando Massimino torna a casa pestato dalla polizia e poi si dilegua, Nabil smette di presentarsi al lavoro per andarlo a cercare, e la vita quotidiana fatta di paste al sugo, appuntamenti serali e puntate al bar sembra uscire dai suoi binari. A quel punto, il Brego dovrà decidere se pensare a loro, a risolvere le cose come vorrebbe la moglie Pamela, o pensare a sé come vuole lui e costruirsi un futuro diverso da quello che gli è stato riservato. Qui dovevo stare racconta sedici giorni tra le maglie di un ragionamento interiore senza scampo e senza sconti, in un’escalation di disillusione e intolleranza, offrendo al lettore un rovesciamento di prospettiva provocatorio sulla mentalità e le scelte politiche di un Paese allo sbando, in cui il tessuto sociale è esploso e chi votava falce e martello oggi vota a destra, perché più del resto vale la paura.