Quando leggo un libro mi pongo la domanda: perché lo sto leggendo? Leggere è l’attività che impegna la maggior parte del tempo delle mie giornate. Leggo per stare meglio? No. Ma a volte succede. Leggo per stare peggio? No. Ma a volte succede. Leggo per imparare a dire in un modo diverso cos’è il mondo. Anche. Non solo agli altri, ma soprattutto a me stesso. Perché leggere aumenta il panorama, distende lo sguardo. Da ogni romanzo o raccolta di poesie, da ogni saggio o biografia traggo elementi vitali all’osservazione. Mi è successo anche prima di scrivere queste righe con l’ultima (ri)lettura del romanzo Damè (che in giapponese vuol dire non si fa) di Noemi Abe.
Ogni lettore che si approccia a un testo con attenzione percepirà la vita più vulnerabile o fortificata, più profonda o tragicamente superficiale sperimentando lo spiraglio d’un panorama sconosciuto che si staglia dentro di sé.
Una parte di me percepisce la speranza che la parola possa salvare e con questa cieca convinzione si inoltra dentro un libro.
Noemi Abe è una esordiente dell’ultima stagione editoriale, un dottorato in letteratura angloamericana e una carriera di traduttrice dall’inglese. La storia che narra ha tratti somiglianti alla biografia in quarta di copertina del romanzo, pubblicato da Bompiani nello scorso mese di febbraio.
La protagonista si chiama Miriam Saito, detta Mirì, ed è italogiapponese, vive a Roma, proprio come la Abe. Nel romanzo cresce con la madre italiana e sin dall’adolescenza visita per lunghi periodi il padre e i parenti giapponesi a Tokyo. Formata da due modelli familiari diversi e quasi opposti, rimane segnata dal suo sentirsi straniera, sia nel paese del padre che in quello della madre. Mirì crede di aver finalmente trovato l’uomo giusto per lei, il suo opposto fisico e caratteriale, in cui rispecchiarsi e finalmente ritrovarsi: Rugantino, stesso nome di un personaggio della cultura popolare romana. È come se in questo soprannome ci fosse un tentativo disperato della protagonista di far sua la cultura della città dove è costretta a vivere.
Rugantino è uomo dal vestire classico, alto, possente, avvocato affermato, dalla sessualità vorace. È anche uomo accudente, tratto che nei due paesi della protagonista generalmente viene assegnato alle donne. Tanto che spesso Mirì si trova in snervanti discussioni sul cliché della geisha nipponica e dell’italico angelo del focolare. Nonostante il maschio Rugantino cucini, tenga in ordine la casa, faccia lavatrici resta l’uomo giudicante che esige l’ultima parola. Uno così non approva l’attitudine indolente, ma libera e creativa di Mirì.
Per sfuggire al giudizio di Rugantino, e tutto il resto della società, Mirì reinventa la sua vita, sperimentando i desideri più strani, in un viaggio picaresco e colorato nei quartieri di una Roma colorata e decadente. Mentre il passato giapponese torna con le sue tradizioni e le sue visioni, Mirì cammina sul bordo delle due morali – italiana e giapponese – tradendole o riscrivendole. Mirì non è madre, non è moglie, non si sente italiana, non è una che cerca il suo posto nel mondo, perché ne crea uno tutto suo trasformandosi nell’esatto opposto di quelle persone che giudicano e condannano. La stessa protagonista sembra salvarsi dalla confusione organizzando le proprie aspirazioni, identità e frustrazioni con quelle parole chiave delle due culture con cui lei è cresciuta.
Gli scrittori rivivono in ogni istante della loro scrittura una lotta con il linguaggio che hanno pensato per la loro storia. Discorso analogo per la poesia, in cui la carica simbolica viene trasferita alle parole per alludere a molto più di ciò che si scrive. La prima volta che ho letto il romanzo di Noemi Abe, mi sono chiesto: come fa? La risposta è nel titolo. Damè. Non si fa. Il flusso della storia crea i suoi argini e la scrittura si rinnova continuamente con il lessico interiore della protagonista (e dell’autrice). Il romanzo infatti s’incardina sull’equilibrio delle due identità dentro uno stesso corpo, uno stesso nome, ma due passaporti. Questo bilanciamento si fa grazie alle parole.
Entrare dentro la stanza di una scrittrice multilingue come Noemi Abe è un viaggio di paesaggi compositi che evocano, grazie alle due grammatiche, una rigogliosa vastità di senso. Noemi Abe ha dovuto lottare per tenere l’equilibrio di culture letterarie e linguistiche distanti. È la lotta degli scrittori bilingui o multilingui, ma anche di tutti quegli autori poliglotti che non solo per mestiere, ma anche nella vita si esprimono con grammatiche e lessici diversi.
Mirì coglie l’essenza di una storia che si proietta nel futuro, e affronta la migliore strada da intraprendere, con un italiano limato dal lessico giapponese che spesso appare come gli spiriti di un tempo inflessibile. Questa armonia di suoni e lettere guida, non solo a raccontare il mondo, ma soprattutto a conoscere se stessi fino in fondo. Non sempre ciò vuol dire salvarsi dal caos, ma almeno rappresenta il tentativo di provarci.