Rivista La città dei lettori

Dovremmo essere insieme, prima di poterci lasciare.

By 14 Settembre 2022 No Comments

Dovremmo essere insieme, prima di poterci lasciare.

Caterina Orsenigo

Siamo a letto e un po’ ti odio perché hai già cercato di lasciarmi, e perché fa caldo e perché domani mattina presto parto.

 

Mi stringi fortissimo una mano, io ho la testa appoggiata dell’incavo della tua nuca: lì mi sembra di essere protetta da te, per il resto ti proteggo io, da me e da te. Per quanto caldo e per quanto tutto, ho voglia di stare lì. Ho sempre voglia di stare con te un po’ di più. Infatti dici sempre – sempre in questo poco tempo da che ci conosciamo – che con me fai tardi, e anche stasera è tardi.

 

Da una mensola ci osserva un Pothos e ogni tanto se il vento lo muove viene ad accarezzarmi l’orecchio. Non conosciamo il suo nome, l’abbiamo trovato poche mattine fa in questa casa torinese, lo hai annaffiato e io lo chiamo Futura come in una canzone di Lucio Dalla. Fuori, a neanche un chilometro da qui, c’è il Climate Camp, dove eravamo fino a poco fa e dove ci sentivamo abbastanza immersi nella crisi climatica da essere quasi felici – potevamo dare in cambio i nostri verbosissimi ego per qualche ora di noi. Noi due, noi e tutte le persone che c’erano, noi e questo Pothos che ci aspettava a casa. 

 

Ora invece siamo a letto, tu hai cercato di lasciarmi, o viceversa, e nonostante il caldo e il sudore ci aggrappiamo alle nostre mani, gambe e schiene come se potessimo andare alla deriva da un momento all’altro, come se i mari si alzassero sotto il materasso e le correnti salate ci trascinassero altrove. Se tu allentassi la presa sulla mia mano, o se io allontanassi la fronte dalla tua nuca, scivolerei via. Lontanissimo. Invece di stare qui ancora, ancora un po’ di più.

 

Le nostre teste sui cuscini rimuginano, inquinate da pensieri gonfi, bolle flaccide di pensieri a cui si appiccicano idee simili a mosche. L’idea che non funzioniamo, che siamo fatti così e non sappiamo far di meglio, che abbiamo troppo passato addosso per essere nuovi, che ci facciamo male, che ci fa male la paura di farci male o di fare male: mosche che finiscono incastonate nelle bolle di pensieri, prima ancora che qualcosa davvero abbia potuto farci del male.

 

Dovremmo essere insieme, prima di poterci lasciare. O dovremmo essere insieme per poter litigare. Allora avremmo mille motivi. 

 

Perché io mi dimentico di bagnare il Pothos e tu compri ancora le bottiglie di plastica, perché tu vuoi andare a letto presto e perché io sono sempre in ritardo, perché a me piacciono troppe cose diverse e perché tu hai troppe idee su te stesso, per come si educa un figlio, se è bene avere un figlio al giorno d’oggi, per i miei spazi e per i tuoi tempi, perché c’era scritto anche sul libretto delle istruzioni che leone e ariete litigheranno spesso.

 

Invece niente, solo mosche e paure a inquinare la testa e farci dormire male. Neanche il tempo di litigare, mentre la realtà ora è solo che la mia guancia sulla tua nuca è un incastro perfetto. E che starei con te ancora un po’ di più.

 

E poi una folata di vento arriva da fuori, entra in tutte le stanze, sbatte in una volta tutte le porte, tutti i vetri delle finestre lasciate aperte, ché con sto caldo non si respira, e tutto trema, anche i muri, anche noi per un attimo, il Pothos barcolla nel suo vaso, volantini e appunti si alzano in volo. È solo un temporale, di acqua ne mancava da settimane, ma tutto il giorno abbiamo parlato e sentito raccontare di eventi atmosferici estremi, cicloni dove non ce ne sono mai stati, allagamenti e trombe d’aria d’ora in poi all’ordine del giorno, e per quell’attimo in cui il vento entra come un demone in casa, abbiamo paura. Abbiamo paura tutti, anche il Pothos. Io mi sono già alzata, ho chiuso porte e finestre, raccolto qualche foglio. Tu hai raddrizzato il Pothos e l’hai avvicinato un po’ alle nostre teste, come se stando tutti e tre vicini potessimo proteggerci meglio. 

 

Torniamo a letto mentre un fulmine rosa illumina il cielo e poco dopo un tuono scuote le pareti. Piove fortissimo. Ci riprendiamo le mani, io te e il Pothos che ora ha una foglia poggiata sulla tua spalla, e mentre tutti e tre ci addormentiamo penso che la crisi climatica con te l’affronterei. E starei con te ancora un po’ di più. 

Caterina Orsenigo

È laureata in filosofia a Milano e in letterature comparate a Parigi. Vive da qualche anno a Firenze e lavora da freelance nel mondo dell'editoria. Scrive su Minima&moralia, Gli Stati Generali e Doppiozero, e con l'associazione piedipagina organizza passeggiate letterarie a Milano. Da poco ha fondato la rivista online Hook Literary Magazine. Quando può, viaggia lentamente e a lungo. Si interessa di letteratura, di teatro, più di visioni del mondo che di politica.

Lettura consigliata
La grande cecità
Amitav Ghosh
Nei primi anni del XXI secolo Amitav Ghosh lavorava alla stesura de Il paese delle maree, il romanzo che si svolge nelle Sundarban, l’immenso arcipelago di isole che si stende fra il mare e le pianure del Bengala. Occupandosi della grande foresta di mangrovie che le ricopre, Ghosh scoprì che i mutamenti geologici che ciclicamente vi avvenivano – un argine poteva sparire nell’arco di una notte, trascinando con sé case e persone – stavano diventando qualcos’altro: un cambiamento irreversibile, il segno di un inarrestabile ritrarsi delle linee costiere e di una continua infiltrazione di acque saline su terre coltivate. Che un’intera area sotto il livello del mare come le Sundarban possa essere letteralmente cancellata dalla faccia della terra non è cosa da poco. Mostra che l’impatto accelerato del surriscaldamento globale è giunto ormai a minacciare l’esistenza stessa di numerose zone costiere della terra. La domanda, per Ghosh, nacque perciò spontanea. Come reagisce la cultura e, in modo particolare, la letteratura dinanzi a questo stato di cose? La risposta è contenuta in questo libro in cui l’autore della trilogia della «Ibis» ritorna con efficacia alla scrittura saggistica. La cultura è, per Ghosh, strettamente connessa con il mondo della produzione di merci. Ne induce i desideri, producendo l’immaginario che l’accompagna. Una veloce decappottabile – un prodotto per eccellenza dell’economia basata sui combustibili fossili – non ci attrae perché ne conosciamo minuziosamente la tecnologia, ma perché evoca l’immagine di una strada che guizza in un paesaggio incontaminato; pensiamo alla libertà e al vento nei capelli; a James Dean e Peter Fonda che sfrecciano verso l’orizzonte; a Jack Kerouac e a Vladimir Nabokov. Questa cultura, così intimamente legata alla storia del capitalismo, è stata capace di raccontare guerre e numerose crisi, ma rivela una singolare, irriducibile resistenza ad affrontare il cambiamento climatico. Quando il tema del cambiamento climatico appare, infatti, in una qualche pubblicazione, si tratta quasi sempre di saggistica. La rara e fugace comparsa di questo argomento in narrativa è sufficiente a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza. Che cosa è in gioco in questa resistenza? Un fallimento immaginativo e culturale che sta al cuore della crisi climatica? Un occultamento della realtà nell’arte e nella letteratura contemporanee tale che «questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità»?