Ieri

Valerio Aiolli

Stamani il monte è scuro, si distinguono bene i profili delle creste, le aree boschive e quelle a prato, e anche alcune abitazioni sulle pendici. L’azzurro del cielo è tenue, intersecato da grandi sbaffi di nuvole biancastre, più una grigio scura che sta sparendo dalla mia visuale, in alto a destra. Stanotte era previsto un temporale, che non è arrivato, ma l’aria si era comunque rinfrescata già da ieri sera. La città è ancora viva: colpi di martello, auto che sfrecciano soffuse, qualche moto rabbiosa, rari tocchi di clacson, quella radiazione di fondo a mezza forza. Più silenziosi del solito gli uccelli che gravitano intorno alla chioma verdemare del pino. Un uomo che fischietta mentre lavora, chissà dove.

 

Ieri è stata una giornata importante.

 

Ieri è stata una giornata qualsiasi.

 

Ieri ho fatto colazione su questo stesso balcone, a questo stesso tavolino antracite a fasce intrecciate comprato di recente, più o meno alla stessa ora. Ho scritto un messaggio a una persona cara per avvertirla del ricovero in ospedale della ragazza di mio figlio, ieri. Meningite. In una forma, per fortuna, che dovrebbe essere superabile con relativa tranquillità, facendo tutti gli scongiuri possibili. Questa cosa degli scongiuri, forma di rapporto col mondo atavica, fossile sopravvissuto nonostante tutto come riflesso condizionato fin qui, fino al periodo della transizione verso la definitiva disincarnazione, verso la vita vissuta dai propri avatar. La ragazza di mio figlio è una giovane donna della vecchia scuola corporale, una soprano rumena di alto livello, già chiamata a cantare in produzioni molto importanti, in Italia e all’estero. Si riprenderà in fretta, tutti lo speriamo.

 

Poi mi sono fatto una doccia, ieri, mi sono vestito e, in auto, ho attraversato la città per portare alla ASL di competenza i documenti necessari ad “attivare un presidio” affinché la ASL fornisca un materasso antidecubito a mia zia, 101 anni, la cui pelle necessita giustamente di una certa attenzione e delicatezza. Consegnati i documenti (il materasso verrà racapitato, mi ha detto l’impiegata protetta dallo schermo di plexiglass, “noi si scrive entro venti giorni lavorativi, poi se fanno prima…”) sono rientrato a casa, mi sono messo in pantaloni corti e ho fatto i miei esercizi quotidiani di Leopardi: imparare ogni giorno due-tre versi dei suoi Canti e leggere una decina di pagine dello Zibaldone. Mezz’ora-quaranta minuti in sua compagnia che mi fanno sentire poi (ma certamente è un’illusione) più acuto (una di quelle illusioni che secondo Leopardi reggono l’impulso vitale del mondo), più intelligente (al punto che quando cadono, sotto i colpi della ragione, il mondo si ripiega su sé stesso, in preda all’infelicità), più capace di padroneggiare la lingua. Anche se notevolmente più pessimista, a volte in modo preoccupante (e questa non è un’illusione).

 

Ho mangiato un’insalata di pomodori tonno e fagiolini, ieri, e sono corso in ufficio per un lavoretto veloce (di questi tempi il traffico scorre che è una bellezza, e ti accorgi di quanto sia potenzialmente piccola Firenze). Al ritorno è arrivato mio figlio col violoncello, per la prova del reading con musica che dobbiamo tenere tra qualche giorno. Veniva dall’ospedale, dove era andato a portare il passaporto alla sua ragazza, con cui ovviamente comunica solo per telefono, viste le norme anti Covid, che impediscono ogni visita ai pazienti. Sono felice di questa collaborazione che ogni tanto si rinnova con mio figlio: in quei momenti comunichiamo alla pari su un piano dove non siamo più padre e figlio, ma due esseri umani accomunati da una sensibilità compatibile che mettono in contatto parti molto intime di sé attraverso le note e le parole. Quando se n’è andato, ieri, ho letto le pagine cha ancora mi mancavano per finire l’Ulisse di Joyce.

 

Ieri è stata una giornata qualsiasi.

 

Come tutti sanno, Ulysses di James Joyce racconta una giornata qualsiasi (il 16 giugno 1904, per la precisione) di un uomo qualsiasi, Leopold Bloom. In realtà poi in alcuni capitoli il personaggio al centro della storia è un altro, Stephen Dedalus. E il capitolo finale, celeberrimo, è appaltato alla moglie di Leopold, Molly. Ma insomma, il principio rimane quello: una giornata qualsiasi di un uomo qualsiasi.

 

Ecco, immaginate che quelle poche, insignificanti cose che ho fatto ieri, che ho sommariamente raccontato qui sopra, vengano dilatate, esplose, interconnesse con tutte le cose accadute nella mia vita fino a ieri, con quelle solo immaginate, con quelle vagamente o disperatamente sognate. Che il tutto venga impastato con lo spirito del nostro tempo, con l’inconscio collettivo che ci governa senza che neanche ce ne accorgiamo; con le evoluzioni che la nostra lingua ha sperimentato in secoli di storia (cavallo di battaglia di Leopardi, tra l’altro); con la cultura alta e con quella bassissima, col sesso esplicito e con il turpiloquio, con Dante e con Shakespeare, innestando questa enorme quantità di roba su una griglia simbolica desunta da una delle maggiori opere del nostro comune passato, l’Odissea. Ecco, immaginate questo magma steso per oltre 750 pagine scritte fitte fitte e avrete forse solo una vaga idea di cosa sia l’Ulisse di Joyce, se non l’avete ancora letto. È una lettura che a volte mi ha affaticato fino ad arrivare a punte altissime di irritazione, come quando cerchi di pedalare con la bici su un terreno sabbioso, e la sabbia schizza e ti entra anche negli occhi, e allora devi andare avanti un po’ per volta, una pagina al giorno. Ma spesso ne sono rimasto esaltato, è un libro che ti fa volare, in cui senti l’aria fredda di altezze che di solito non raggiungi e, più ancora, intravedi e assapori quel caldissimo profumo di umano nella sua più pura essenza che tutti ci accomuna ma che è così difficile da toccare. Nella vita – dentro e fuori di sé – e nella letteratura.

 

Negli ultimi anni sono uscite diverse traduzioni, dell’Ulisse. Io ho scelto quella di Enrico Terrinoni (con Carlo Bigazzi) pubblicata nel 2012 da Newton Compton Editori. Perché ha vinto il premio per la miglior traduzione di quell’anno. E perché ho conosciuto Enrico Terrinoni (traduttore, insieme a Fabio Pedone, anche del Finnegans Wake per Mondadori) e mi sono fidato della sua enorme cultura, della sua passione e della sua geniale follia, che mi sembrava adatta a restituire quella del grande dublinese.

 

Ieri è stata una giornata importante. Ho finito di leggere l’Ulisse di Joyce.

Valerio Aiolli

È nato nel 1961 a Firenze, dove vive. Ha esordito nel 1995 con la raccolta di racconti Male ai piedi. Il suo primo romanzo, Io e mio fratello (E/O, 1999), è stato tradotto anche in Germania e Ungheria. Sono seguiti Luce profuga (E/O, 2001), A rotta di collo (E/O, 2002), Fuori tempo (Rizzoli, 2004), Ali di sabbia (Alet, 2007), Il sonnambulo (Gaffi, 2014) e Il carteggio Bellosguardo (Italo Svevo Edizioni, 2017). Per Voland ha pubblicato Lo stesso vento nel 2016 e Nero ananas nel 2019, con il quale è stato selezionato tra i dodici candidati del Premio Strega. Il suo sito è www.valerioaiolli.it

Lettura consigliata
Ulisse
James Joyce
Ulisse di James Joyce, sin dal giorno della sua pubblicazione – il 2 febbraio del 1922, quarantesimo compleanno dell’autore – era destinato a mutare radicalmente le sorti della letteratura contemporanea. Il romanzo è la cronaca di una giornata reale, un inno alla cultura e alla saggezza popolare, e il canto di un’umanità rinnovata. L’intera vicenda si svolge in meno di ventiquattro ore, tra i primi bagliori del mattino del 16 giugno 1904 – data in cui Joyce incontra Nora Barnacle, la futura compagna di una vita, che nel tardo pomeriggio dello stesso giorno lo farà «diventare uomo»... – fino alle prime ore della notte del giorno seguente. Il protagonista principale, l’ebreo irlandese Leopold Bloom, non è un eroe o un antieroe, ma semplicemente un uomo di larghe vedute e grande umanità, sempre attento verso il più debole e il diverso, e capace di cortesia anche nei confronti di chi queste doti non userà con lui. Gli altri protagonisti sono il giovane intellettuale, brillante ma frustrato Stephen Dedalus – già personaggio principale del libro precedente di Joyce, Dedalus. Un ritratto dell’artista da giovane – e Molly Bloom, la moglie dell’ebreo, vera e propria regina del romanzo. Alla fine, stesa sul vecchio letto scricchiolante, Molly sarà intenta a riflettere – in un monologo di più di ventimila parole non scandite da punteggiatura – sulla giornata appena trascorsa, sul suo tradimento del marito, su ogni ricordo del passato, e sui potenziali futuri immaginati. Figura dalla solida corporeità, Molly è una donna gloriosamente istintiva,ma anche resistente a una qualunque forma di caratterizzazione categorica. Ulisse è un romanzo della mente: i monologhi interiori e il flusso di coscienza sono una versione moderna dei soliloqui amletici. Si insinuano gradualmente nelle trame dell’opera, fino a dissolvere ogni limite tra narrazione realistico-naturalista e impressione grafica del pensiero vagante. «Chiunque legga Ulisse può dichiararsi un esperto», spiega Declan Kiberd. È un testo che detta le condizioni della propria lettura.