Ho dimenticato l’ombrello. Un amore passato avrebbe aperto il suo giubbotto di pelle nera, dicendo «vieni» e mi sarei fatta piccola in quello spazio caldo del torace, vicino alla spalla, dove il cuore fa sentire che c’è. Un riparo da tutto, forse anche dalla pioggia. Come adesso, sotto i portici di una città qualunque che confondo con quell’abbraccio. I pensieri fanno eco in un silenzio che, senza guardare l’orologio, sa già che è ora di cena. Così i passi si sfidano in velocità, in un duello perso con le gocce d’acqua che rigano il viso. Cerco le chiavi di casa in fondo alle tasche, tra scontrini e caramelle che non ricordavo di avere.
Entro e tolgo il cappotto, un doppiopetto coi bottoni dorati di mio padre, dal colletto alzato “a baluardo” per nascondere il viso. Sotto, un abito di velluto color canna di fucile, lungo fino alle caviglie, leggero e freddo sulla pelle. L’ho comprato in pausa pranzo senza nemmeno provarlo, nel negozio che vende vestiti firmati di seconda mano. Ha uno scollo a goccia sulla schiena, nel punto in cui le mie scapole ossute si osservano in una mancata simmetria, come fossero ali stanche a riposo. Proprio sotto la nuca, un bottone a sfera che si crede una perla rara, spera invano di entrare nella sua asola. Niente da fare, non riesco a chiuderlo. Potrei suonare il campanello alla signora del terzo piano, ma è talmente piccola e minuta che nemmeno su un panchetto con le braccia tese al cielo arriverebbe dove serve. Forse c’è ancora il portiere, Marcello Cavrigli detto “occhioni”, per via di una neurite che gli ha reso le palpebre immobili quando era a fare il militare. Da un po’ di tempo a questa parte ha iniziato a creare delle strane sculture con la buccia delle arance, tenute furtivamente nascoste dentro la cassettiera degli attrezzi. Indiscutibilmente un brav’uomo, ma non riesco a velare un certo senso d’inquietudine. Così rimane Maria, novant’anni mascherati da settanta, che il martedì sera organizza il torneo di burraco con le amiche e «peste ti colga se mi disturbi mentre gioco!». Purtroppo, non ho alternativa. M’arrischio.
Salgo le scale di corsa in equilibrio incerto, su un paio di tacchi troppo alti per essermi amici, con la mano destra dietro la schiena a tener chiuso il vestito. Mi apre il portone con una bottiglia di Moscato in mano e la sigaretta spenta, tenuta tra le labbra colorate male. Nel suo salotto, una piantana accesa illumina il poggiatesta ricamato a uncinetto sulla poltrona di velluto verde. Accanto, un tavolino da fumo con un libro di Buzzati e una lista di numeri da chiamare in caso di bisogno. C’è anche il mio, scritto in grande col pennarello nero. Non dice niente, indietreggia verso la credenza e prende il coltello con il manico d’avorio. Taglia con le dita ossute e le unghie laccate di rosso due porzioni della colomba avanzata di Pasqua, e le posa sul tavolo sopra le carte.
«Vuoi?» mi chiede sbrigativa.
«Senti, so che la serata è sacra, ma avrei un problema con il collo» le rispondo mesta.
«Bene. Allora scaldi il sale grosso, lo metti dentro un panno di lana e poi te lo tieni una mezz’ora sulla cervicale, vedrai che passa tutto. D’accordo? Ciao».
«Terrò a mente il consiglio ma dovresti solo chiudermi un bottone, non ci arrivo».
«Ah sì, eh? Volete tanto fare le femmine indipendenti voi, e poi…» alza il tono Maria, con gli occhi al cielo e l’indice a disegnare vortici immaginari.
«Qualcosa mi dice che non si sta chiudendo bene nemmeno la partita» le rispondo sorniona.
«Forza, simpatia, scendi giù da quelle scarpe e girati!» Sorrido, mentre tiene ancora la sigaretta in bocca, stringe gli occhi a fessura per l’impegno, e si muove a scatti.
«Ecco fatto, bottone chiuso».
«Sei preziosa» bisbiglio col sorriso.
«Ora mancano solo due bicchieri di rosso».
«Scusa?»
«E anche della buona musica, tipo Coltrane, Davis… quella roba lì insomma».
«Vai Maria, che il torneo chiama».
Batte le mani due o tre volte soddisfatta, a sottolineare il suo pensiero. Poi mi volta le spalle.
«Mi racconterai…» chiosa, mentre strizza un occhio.
«Non credo, sai?»
«E comunque ti auguro mani così tanto tremanti per l’emozione da non saper come fare ad aprirlo, quel bottone».
Rispondo senza voce che sì, anch’io, ma non stasera ché è il compleanno di mia cugina. Ha già chiuso il portone, e domani dovrò inventarmi un’altra storia.