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La cala di Robinson

By 20 Novembre 2020 No Comments

La cala di Robinson

Lilith Moscon

«Il mio cane va matto per il panettone. Dalle nostre parti lo fanno speciale.»
«Il mio, invece, mangia proprio di tutto, foglie di lattuga, carote. Qualsiasi cosa finisca a terra, è di suo gradimento.»
«Eh, no. Il mio seleziona. Non mangia tutto. Ieri, al ristorante, gli ho fatto assaggiare il salame tartufato. Un antipasto particolare, da buongustai. Ecco, gli è piaciuto tantissimo.»

 

Sono in una cala, a sud della Toscana.
Ho camminato due ore dentro la macchia, lungo un sentiero che costeggia il mare. Le persone che ho incrociato avevano scarpe e bastoncini da trekking. Io sono partita con i sandali. Sbaglio sempre. Mi entusiasmo per un’idea a discapito della sua messa in atto.
Il risultato: dita dei piedi gonfie, polverose. Gambe graffiate.
Divido un rettangolo d’ombra con due cani, un border collie – il mangiatore di panettone e salame tartufato – e un labrador – il mangiatutto. I padroni del primo sono una coppia di Milano. Parla solo la moglie. Il marito annuisce in silenzio e suda per il caldo che fa. La padrona del labrador è una ragazza che vive in campagna, a mezz’ora da Firenze. Lo so perché è l’unica cosa che chiedo: «Di dove siete?».

 

Arriva una donna, in costume da bagno zebrato, con un piercing sul labbro inferiore.
Ci stringiamo.
Anche lei ha un cane, un bulldog inglese dalle mammelle così spesse e lunghe da toccare terra.
«Una golosona», commenta la signora di Milano guardando il ventre e le mammelle del bulldog inglese.
È così perché è malata, spiega la donna. Ha subito tre interventi ed è viva per miracolo.
Il nostro sguardo cade sul “miracolo” seduto sulle zampe posteriori, con la bocca aperta e la lingua penzoloni.
Nessuno è più capace di aggiungere altro.
La ragazza e il labrador se ne vanno.
Al loro posto, subentra un signore con suo figlio. Il figlio chiede al padre i nomi di alcune piante, indicandogliele: elicriso, finocchio marino, corbezzolo.

 

La controra è fatta di brusii, di sole che scotta, di corpi immobili.
È una fortuna poterla trascorrere all’ombra, su panchine fatte di pietra e sedie ricavate da tronchi d’albero.
«Venite. Entrate.» sussurra una voce, alle nostre spalle.
In quel momento, mi accorgo che, dietro di noi, c’è una porta di legno.
A parlare è un uomo vecchio, in piedi, sulla soglia. Ha le gambe magre come rami trascinati dalla corrente. E capelli bianchi, come spuma, schiacciati da un berretto.
«Venite. Entrate.»
Ci alziamo e, in fila indiana, varchiamo la soglia.
Ci seguono anche il border collie e il bulldog inglese, a passo lento.
Si apre uno spazio con, al centro, un lungo tavolo e, lungo il perimetro, un piano cottura, un letto e un tabernacolo.
Mi avvicino al tabernacolo che ospita una scultura lignea di san Francesco e il lupo.
L’ha scolpita il vecchio.
Non ha paura degli estranei, né di passare la notte in una cala isolata, ai piedi del bosco.
Ci coccola, come il santo che accarezza il lupo, offrendoci caffè, acqua, biscotti.

 

Le pareti della casa sono muri a secco. Il tetto è un pergolato.
L’uomo dai capelli bianchi di spuma trascorre lì la primavera e l’estate.
D’inverno si sposta a Piombino, dove ha vissuto e lavorato per anni.
Era un operaio delle acciaierie.
Una volta in pensione, ha viaggiato a lungo.
Per questo la gente lo chiama “Robinson”.
La casa, se l’è costruita da solo con i materiali della macchia.
Ha scolpito il san Francesco e busti grandi simili ai moai dell’Isola di Pasqua.
Uno di questi è collocato davanti all’ingresso, tra due folti arbusti.
Guarda il mare, come Robinson.
Come lui, protegge la cala. Controlla che la gente non vi lasci schifezze.

 

Il marinaio di Daniel De Foe, Robinson, non parla molto.
Non lo imbarazza stare in silenzio tra i suoi ospiti.
Chi è abituato alla solitudine, non ha nessun impulso a intrattenere.
Chiara Valerio, nel suo ultimo libro La matematica è politica (ed. Einaudi), scrive:

 

“Chi sta da solo si intrattiene da solo, con i propri modi e i propri tempi, sfugge alla dittatura. La dittatura dell’intrattenimento è un’altra forma di negazione del tempo (come prigionia, tortura, persecuzione).”

 

Robinson sa ascoltare il tempo che scorre senza la necessità di riempirlo. La sua casa è invisibile, come gli oggetti della matematica, perché si fonde con il paesaggio in cui è stata edificata. Regala ombra ai passanti, facendoli convergere e sostare in un medesimo luogo. La sua casa è un’aula, uno spazio disegnato per una collettività eterogenea.
Del resto, l’istruzione, come scrive Chiara Valerio, “è un processo orizzontale e collettivo”.
L’istruzione introduce e inizia al convivere che la filosofa María Zambrano, in Persona e democrazia (ed. Mondadori), descrive con queste parole:

 

“Convivere vuol dire sentire e sapere che la nostra vita, seppure nella sua traiettoria personale, è aperta a quella degli altri, non importa che siano nostri vicini o meno; vuol dire saper vivere in una dimensione in cui ogni evento ha la sua ripercussione, che per essere comprensibile non è per questo meno certa; vuol dire sapere che anche la vita è in tutti i suoi strati un sistema. Che facciamo parte di un sistema al momento chiamato genere umano.”

 

La democrazia, secondo la filosofa, è l’ordine in grado di accogliere e preservare la pluralità delle voci del genere umano:

 

“La democrazia è il regime dell’unità della molteplicità, e pertanto del riconoscimento di tutte le diversità, di tutte le situazioni più differenti.”

 

È un esercizio che non esclude, che crea comunità, come leggiamo nel libro La matematica è politica di Chiara Valerio. È una prassi che dovrebbe essere regolata dal pensiero, da quel pensiero nato dalla differenza, dunque in grado di tradurla.

 

“ […] le lavagne vanno cancellate anche quando sopra ci hai scritto grandi verità, perché gli altri possano scriverci le loro.”

 

Le verità a cui si riferisce Chiara Valerio sono le verità della matematica, a cui perviene una comunità, non un singolo individuo. La matematica insegna, come la democrazia, che le verità sono partecipate.

 

Decido di rimettermi in cammino. Saluto Robinson, lo ringrazio.
Saluto anche i miei compagni d’ombra.
Abbandono la cala, felice, come il border collie davanti a una fetta di panettone.

 

 

*l’immagine utilizzata per l’articolo è un’opera di Francesco Chiacchio

Lilith Moscon

È laureata in filosofia, diplomata in psicodramma presso l’Istituto Psychodramaforum di Berlino e in Linguaggio Sensoriale e Poetica del Gioco presso il Teatro de los Sentidos di Barcellona. Collabora con la rivista online Doppiozero e con la casa editrice Telos in qualità di formatrice. Ha pubblicato diversi libri per ragazzi tra cui Vedo, non vedo, vedo più in là (Einaudi Ragazzi), Un regalo para Nino (A buen paso), Monsieur Magritte (Libri Volanti), Il ragazzo dal mare negli occhi (Telos Edizioni). www.lilithmoscon.com

Lettura consigliata
La matematica è politica
Chiara Valerio
La matematica rivista come prassi politica, e non solo come teoria, è un formidabile esercizio di democrazia: come la democrazia si fonda su un sistema di regole, crea comunità e lavora sulle relazioni. Come la democrazia, la matematica amplia ma non nega. Studiando matematica si capiscono molte cose sulla verità. Per esempio che le verità sono partecipate e pertanto i principî di autorità non esistono; che le verità sono tutte assolute ma tutte transitorie perché dipendono dall’insieme di definizione e dalle condizioni al contorno. Svolgere un problema matematico è un esercizio di democrazia perché chi non accetta l’errore e non si esercita nell’intenzione di capire il mondo non riesce né a cambiarlo né a governarlo. Chiara Valerio tesse in un pamphlet polemico un parallelo tra matematica e democrazia, due aree che non subiscono la dittatura dell’urgenza.