A* ha chiamato, ha detto che dobbiamo tornare.
Non sentivo la sua voce da quasi trent’anni. Da quando con mia madre e mia sorella facemmo i bagagli e da C* ci trasferimmo in città. Ricordo che era estate ma se mi chiedeste di raccontarvi come e quando salutai A* e tutti gli altri non saprei dirvelo. Sono certo che sia accaduto perché eravamo molto legati ma se dovessi descrivervi dove eravamo, cosa ci siamo detti, se ci siamo abbracciati dopo un’infanzia trascorsa assieme, sarei costretto a inventare.
Ricordo così poco di quel periodo a dire il vero. Solo ricordi sparsi, scarne porzioni di un quadro durato sette anni di cui sopravvive soltanto qualche sparuta immagine. Il primo giorno di scuola elementare dove mia mamma invita un altro bambino a sedersi accanto a me; il pallone che durante la ricreazione rotola lungo la discesa del giardino e i pantaloni jeans macchiati d’erba; la bidella con indosso una piccola bombetta rossa per carnevale; il ronzio dei calabroni rimasti intrappolati nello sfiatatoio del bagno dove avevano fatto il nido. Cose così.
O meglio, questo fino alla chiamata di A*. Da lì in poi è stato diverso.
Tutto era iniziato quando sul cellulare avevo visto comparire il prefisso del piccolo paese dove ero cresciuto. Non era un numero noto eppure ero certo non si trattasse di una promozione pubblicitaria, per questo ero rimasto inebetito davanti allo schermo mentre la vibrazione del cellulare mi solleticava la mano. Sapevo che dall’altra parte del telefono una voce mi avrebbe chiamato con un soprannome legato alla mia infanzia, conosciuto solo a chi con me l’aveva trascorsa. Avrei aperto una porta che credevo chiusa da molto tempo e di cui mi ero dimenticato l’esistenza. Sarebbe emerso dolore. Dolore e paura.
Così già quando portai il cellulare all’orecchio, la voce di A* mi rievocò l’odore pungente di erba tagliata e dolciastro dei rami d’ulivo, le distese di filari di vite e poi i campi, stesi quieti al sole, fino al buio del limitare del bosco.
Avevo iniziato a ricordare anche se ricordare, forse, non sarebbe stato il termine corretto. Non avevo dimenticato, avevo accantonato, rimosso, messo da parte. La telefonata di A* mi aveva soltanto messo di fronte all’evidenza di ciò che era stato.
«È t-t-t-ornato?» gli chiesi, balbettando. E lui mi rispose di sì.
«Hai già chiamato anche gli altri?»
«Sì, vengono tutti. Ti aspetto, parti appena puoi».
Non ci dicemmo altro, soltanto che sarei partito subito. Il tempo di organizzarmi e l’indomani sarei arrivato a C*. Ci saremmo incontrati a casa sua.
«Ricordi ancora dove abito?»
«Prima di questa telefonata no, ora sì».
«È normale, ti abituerai». E riattaccò.
Partii la mattina successiva, la notte la trascorsi in bianco. I tentativi di prendere sonno vennero ostacolati dai ricordi che prepotentemente avevano iniziato a riemergere dal loro nascondiglio, si confondevano in sogni, si tramutavano in incubi. Più volte fui costretto ad accendere la luce nel timore che la cosa tornata fosse nella mia stanza, ai piedi del letto.
Durante il tragitto in auto accadde lo stesso, più mi avvicinavo alla cittadina di C* e più le immagini della mia infanzia si presentavano come pedoni a lato della strada in attesa di attraversare. Li osservavo chiedendomi come fosse stato possibile dimenticarmi di loro, cancellare cosa avessi visto, cosa avessi provato.
Come i raggi del sole filtravano dal parabrezza riscaldando il cruscotto, le luci setacciate dai rosoni e gli oculi illuminavano debolmente la navata lasciando l’altare, coperto da una tovaglia bianca, in penombra e lì, a braccia aperte, quella cosa in abito talare. Proprio davanti a Gesù Cristo in croce. La faccia truccata di bianco, il sorriso, rosso rubino, sbavato e gocciolante. I ciuffi di capelli arancioni… Dio mio, fa’ che non debba entrare di nuovo in quella chiesa.
Mi lascio alle spalle la curva a gomito dove anni prima c’era l’ingresso del campo sportivo. I primi allenamenti, la tensione asfissiante prima di entrare in campo. Con lo sguardo cerco i campi da gioco
chissà se sono ancora lì
poi le mattonelle biancastre del pavimento dello spogliatoio creparsi e saltare a mezz’aria per la pressione arteriosa del sangue. Lo vedo schizzare denso e oleoso sul soffitto e da lì sulle pareti come il getto a ombrello di una fontana. Dentro l’auto rimbomba come un’orda di tamburi in avvicinamento il pesticcio dei passi della cosa ballarci sotto come Gene Kelly sulle note di Singin’ in the Rain. Ne masticava persino i versi.
Di cosa avrebbe assunto la forma questa volta?
Forse di un prete e delle sue mani, della desolazione di una sedia vuota, del silenzio di una casa troppo grande al limitare del bosco, di un bullo e le sue risate per i vestiti indossati, i modi educati, il taglio di capelli.
Sarei riuscito ad affrontare tutto questo… anzi, saremmo riusciti ad affrontare nuovamente quella cosa io e gli altri sfigati?
Saremmo stati di nuovo uniti nello sconfiggere le nostre paure e quella cosa multiforme che ne prendeva le sembianze. Saremmo stati capaci di riderne ancora, come da bambini, quando la vedemmo ritirarsi nelle profondità del bosco o saremmo stati travolti dal nostro passato, condannati a volare per l’eternità.
Mentre parcheggio davanti a casa di A* il volante è umido, strizzato tra le mani bagnate come la fronte che ora tampono col polsino della camicia. La strada è stretta e piena di auto, più di quanto sembra esserne solita contenere. Gli altri devono essere già arrivati.
Uscendo dall’auto butto un occhio alle mie spalle, oltre al muretto che costeggia la via. Osservo gli ulivi alzare le braccia contorte e nodose al cielo e i tratturi correre gibbosi tra i prati bruciati dal sole. In lontananza il bosco si staglia tetro e cupo mentre tra i fusti moribondi degli alberi si spalancano le gole di un passato pronto a inghiottirmi.