La Fame

Sara Bilotti

C’è qualcosa dentro di me che spinge costantemente per emergere. Sotto la pelle, urla per uscire. Io la chiamo La Fame, ma potrebbe avere qualsiasi altro nome: motore, sete, bestia, persino amore. 

 

La prima volta che l’ho sentita ero una bambina. Da piccola sono stata molto sola, e molto in casa: la sua nascita non era scontata. Guardavo, come al solito, dalla finestra e vidi una bambina bellissima. Camminava insieme a sua madre, una sagoma nera e triste che la teneva per mano. Lei invece era vestita di rosa, ma non un rosa consueto, sembrava il colore del cielo quando si libera della prepotenza del sole, e mischia il bianco delle nuvole con la scia del tramonto. Il contrasto tra la figura curva e spenta della madre e la sua invincibile vitalità mi fece battere il cuore. 

 

Allora non sapevo perché si fosse formato quel buco, ancora piccolo, ma già violento, tra il diaframma e i polmoni, un buco che risucchiava tutto. Per un certo periodo di tempo, durante l’adolescenza, lo riconobbi come una mancanza, e in un certo qual modo lo era. Per questo presi a chiamarlo Fame. Il buco si apriva ogni volta che guardavo un quadro dalle proporzioni anomale, o leggevo un libro disturbante, o ascoltavo un brano musicale che cambiava repentinamente, passando dalle note dolci di una ballata allo stridore della chitarra elettrica, da una voce sommessa all’urlo. Ricordo che ascoltavo senza sosta Paranoid Android, dei Radiohead, sussultando ogni volta che la canzone sembrava intrecciarsi con un’altra, e finiva per amalgamarsi con essa nelle note conclusive, come per magia. 

 

La Fame mi ha accompagnata fino all’età adulta, e fu solo a diciannove anni che capii di cosa si trattasse. Ero a Londra – all’epoca studiavo a Cambridge -, alla National Gallery, e ammiravo gli schizzi di Leonardo in una sala buia, senza finestre: l’oscurità impediva alla luce di ferire il nero fragile. Guardando lungo il corridoio, scorsi una luce intensa provenire da una delle stanze in fondo, e ne fui immediatamente attratta. Soffro da sempre di claustrofobia, e la stanza degli schizzi mi stava schiacciando una mano sul petto, rendendomi difficile respirare: quella luce in lontananza era ossigeno. Cercai di non correre per raggiungerla, e in parte ci riuscii, ma quando arrivai sulla soglia mi infilai dentro di scatto, superando tre persone. In realtà la luce non c’era, almeno non quella che avevo immaginato. Era una stanza identica a quella di Leonardo, e dall’unica finestra non proveniva alcuna luce. La luce era un quadro. Van Gogh. I Girasoli. Restai senza fiato: l’appagamento, momentaneo ma pieno, voluttuoso, della Fame, mi rese euforica per giorni. 

 

Non era altro che fame di Bellezza. Non nasceva dal contemplare una bellezza comune, dalle proporzioni perfette, un uomo Vitruviano in cui ritrovare consolazione dal caos del mondo, ma era essa stessa caos. 

 

Riflettei a lungo su quella rivelazione. Avevo studiato al liceo classico, e amato profondamente la letteratura greca, per cui mi sovvenne una delle frasi in greco antico che amavo di più: χαλεπὰ τὰ καλά. La frase ha un significato immediato, che è: le cose belle sono difficili da ottenere. Ma anche un significato nascosto, infinitamente più affascinante: la Bellezza è crudele. 

 

La Bellezza è orrore, mi dicevo. Non è un paesaggio dipinto con pennellate morbide, un libro dal finale consolatorio, una canzone di tre note simili tra loro, una bambina e una madre dai capelli biondi e i vestiti rosa, che camminano mano nella mano, i passi che seguono lo stesso ritmo, e creano una melodia. La Bellezza è uno schiaffo in faccia. La Bellezza ci deve cambiare, deve mutare la prospettiva che abbiamo sul mondo, altrimenti è inutile. Altrimenti, l’arte è inutile. 

 

Con quella rivelazione in tasca, cominciai il mio viaggio. Non si è ancora concluso, naturalmente: non si concluderà mai. In seguito, durante gli anni in cui studiavo forsennatamente i linguaggi, dalla linguistica alla matematica, dalla musica alla danza, alla ricerca di dissonanze rivelatrici, mi innamorai del canone cancrizzante di Bach, perdendomi nei percorsi retrogradi come se potessi scoprirne il segreto con una semplice, mediocre esecuzione, ma soprattutto mi innamorai di Donna Tartt. Del suo Dio di Illusioni. Simile per certi versi a una tragedia greca, intriso della passione per quella letteratura, a un certo punto mi dice “È un’idea tipica dei greci, e molto profonda. Bellezza è terrore. Ciò che chiamiamo bello ci fa tremare. E cosa potrebbe essere più terrificante e più bello che perdere ogni controllo?”. Ecco, qualcuno aveva scritto ciò che non riuscivo a spiegare, neanche a me stessa. I protagonisti del romanzo inseguono un illusione: quella di allontanarsi dal proprio tempo e della morale che lo regola, alla ricerca di una Bellezza che ha un prezzo altissimo. 

 

 Avvincente come un thriller e affascinante come un saggio, Dio di Illusioni è stato per me una continua, ennesima rivelazione. Mi ha insegnato, in tempi più recenti, che le etichette mortificano il mio lavoro. Che dedicarmi a scrivere del divario tra ciò che appare e ciò che è costituisce l’unico modo, per me, di continuare una ricerca fino a poco tempo prima nebulosa, confusa nei suoi scopi. 

 

“Chi erano quelle persone? Quanto le conoscevo? Avrei potuto, al bisogno, fidarmi davvero di loro?

 

Da questa frase parte quasi ogni storia che scrivo. Dopo aver conosciuto Dio di Illusioni, ho capito perché un concetto apparentemente così violento come La Bellezza è orrore aveva invaso i miei pensieri e la mia vita durante tutti quegli anni. La Fame non era di orrore, ma di complessità. Il giudizio semplice sulle cose, sulle persone, sugli avvenimenti, è il seme di un impoverimento irreversibile, e anche dell’intolleranza. Siamo tutti complessi. Anche l’eventuale giudizio deve esserlo. 

 

Adoro essere sorpresa, persino dai repentini e inaspettati squarci dell’umano: male nel bene, bene nel male. Come l’effetto della luce de I Girasoli di Van Gogh in quella stanza buia, è lo stupore per la vita e per l’uomo che mi sazia.

 

Sara Bilotti

Nasce a Napoli nel 1971, dove vive e lavora. Si dedica a studi linguistici e filologici, alla traduzione e all’insegnamento della danza. Nel 2012 esce la sua raccolta di racconti, Nella carne, per Termidoro editore, e nel 2015 la trilogia L’Oltraggio, La Colpa e Il Perdono, per Einaudi Stile Libero. A marzo 2018 esce la sua prima traduzione letteraria, pubblicata da Minimum Fax, e a maggio 2018 il suo nuovo romanzo, I giorni dell’ombra, per Mondadori.

Lettura consigliata
Dio di illusioni
Donna Tartt
Un piccolo raffinato college nel Vermont. Cinque ragazzi ricchi e viziati e il loro eccentrico e affascinante professore di greco antico, che insegna al di fuori delle regole accademiche imposte dall’università e solamente a una cerchia ristretta di studenti. Un’élite di giovani che vivono di eccessi e illusioni, lontani dalla realtà che li circonda e immersi nella celebrazione di un passato mitico e idealizzato, tra studi classici e riti dionisiaci, alcol, droghe e sottili giochi erotici. Fino a che, in una notte maledetta, esplode la violenza. E il loro mondo inizia a crollare inesorabilmente, pezzo dopo pezzo. Una storia folgorante di amicizia e complicità, amore e ossessione, colpa e follia, un romanzo di formazione che è stato uno dei più grandi casi editoriali degli anni Novanta.