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La pagina in comune

By 11 Novembre 2020 No Comments

La pagina in comune

Gabriele Sabatini

Il bello delle differenze, sono le cose in comune. È quello che mi è capitato di pensare nella sala d’aspetto del medico, quando la signora anziana a cui ho ceduto il posto a sedere mi ha chiesto se sono di zona, perché lei da quel dottore ci va praticamente un giorno sì e uno no e non m’ha visto mai. Sento che mi osserva mentre mi alzo e mi appoggio al muro chiudendo il libro che stavo leggendo, ma lasciandoci dentro l’indice per tenere il segno. Le dico che andavo alle elementari proprio là dietro.

 

Parliamo un po’, e mi convinco che condividiamo il quartiere di origine, io e la vecchietta, ma nient’altro. Però su quell’origine comune andiamo avanti a parlare per una mezz’ora buona, o quantomeno io ci provo, anche se ogni altro argomento si rivela un vicolo cieco.

 

La ricerca di un terreno comune con le persone è qualcosa che mi ha assillato per molti anni. Ricordo nitidamente quel sentimento di ammirazione che provavo per il mio amico cosmopolita, quello che all’università faceva amicizia con tutti gli studenti Erasmus, che era in grado di parlare con loro di calcio, di musica, di cinema, proiettando nei miei vent’anni l’idea che fosse impossibile non definirsi europei. Già, perché come si fa a non sentirsi concittadino di chi ha letto i tuoi stessi libri, ascoltato la stessa musica, guardato gli stessi film? La lingua sarà pure stata diversa, ma la cultura che abbiamo condiviso, le emozioni che da essa hanno scaturito non sono forse fatte della stessa sostanza?

 

Mi lascio sedurre da questa idea, quando improvvisamente mi accorgo che sto pensando a un libro che smentisce tutto ciò. Scritto durante l’occupazione nazista della Francia, fu un libro dal successo inaudito, che divenne il simbolo della prima resistenza francese, quella dell’intransigente silenzio opposto all’invasore; il silenzio dei cittadini francesi, umiliati e storditi dalla rovinosa caduta, che non manifestano il proprio dolore e si chiudono in loro stessi tentando di ricomporre i pensieri: Il silenzio del mare (questo il titolo del libro) a significare una calma solo apparente, che sotto la superficie ribolle. All’autore, glielo ispirò il ricordo del Cimitero marino di Paul Valéry; per pubblicarlo, nella clandestinità in cui si era costretti ad operare, scelse quello pseudonimo che lo consegnò alla storia della Francia: Vercors.

 

Tutto si svolge all’interno di una casa scelta come residenza da un ufficiale tedesco; una casa abitata da un uomo e dalla sua giovane nipote, che saranno dunque costretti a condividere i propri spazi più intimi con quel soldato nemico, di cui subito – in verità – si riveleranno i modi garbati. Alle sue parole, ai suoi dialoghi serali prima di ritirarsi per la notte, l’uomo e la nipote oppongono, appunto, lo strenuo silenzio. In poche pagine si condensano nubi e ombre: la giovane donna tace, ma solo con uno sforzo sovrumano riesce a reprimere il palpito di un nascituro sentimento. E quell’ufficiale tedesco dai modi gentili, crede davvero in quel che professa? Eccoci così al terreno comune: sembra sincero, il tedesco, quando, ammirando i dorsi dei libri sugli scaffali della casa, pronuncia una teoria di grandi nomi della letteratura francese, che lui aveva molto amato negli anni passati:

«Stava davanti alle scansie della biblioteca […] “Per gli inglesi”, riprese, “si pensa in un attimo: Shakespeare. Per gli italiani, Dante. Per la Spagna Cervantes. Per noi, subito, Goethe. Poi, bisogna cercare. Ma se si dice: e la Francia? Allora, chi si leva istantaneamente? Molière? Racine? Hugo? Voltaire? Rabelais? o chi altro? S’incalzano, sono come una folla all’ingresso d’un teatro, non si sa chi far entrare prima. […] Per la musica invece ci siamo noi. Bach, Haendel, Beethoven, Wagner, Mozart… che nome viene per primo?”».

 

Basta un elenco così e subito balena quel pensiero: come possano delle persone che abbiano condiviso la letteratura di Hugo e la musica di Mozart farsi la guerra? «Ma questa è l’ultima! Non ci batteremo più: ci sposeremo!», prosegue l’ufficiale.
Vercors, facendo pronunciare al soldato quel grottesco ci sposeremo indica al lettore a cui lui stava probabilmente pensando in quel momento dove si nasconde la trappola: il matrimonio fra i due paesi è in realtà una morsa che schiaccerebbe la sposa.

 

La guerra, lo sappiamo, c’è stata, e con essa le atrocità che se non avessimo viste, non avremmo immaginate. Torna allora assillante la questione del se la condivisione di una letteratura, di una musica, dell’arte tutta in genere; se il loro condiviso godimento possano evitare lo scontro. Basta davvero quella sola pagina, e il terreno comune lo sentiamo tremare sotto i nostri piedi.

 

Perché esso può salvarti in sala d’attesa dal medico mentre parli con una signora, anzi, può fare molto di più e concederti la bellezza di avere amici di molte nazionalità, e darti la voglia di essere curioso delle loro vite e delle loro diversità, convinto – ed è davvero così – che questo ti faccia crescere come persona, perché la diversità non è mai davvero tale. Ma la storia ci ha detto che non basta; che la fratellanza fra popoli vicini non germoglia con la spontaneità di bambini che rincorrono una palla. La fratellanza fra i popoli è tutt’altro che un sentimento, è anzi qualcosa che va nutrita giorno dopo giorno fino ad arrivare al superamento del concetto stesso di popolo, per provare ad abbracciare un’idea più ampia di umanità. Per farlo, leggere un libro come Il silenzio del mare, che prefigura il fallimento totale di questo superamento, è comunque un passo, credo, verso quella direzione.

Gabriele Sabatini

È editor di Carocci editore e membro della redazione di Flanerí. Da molti anni si occupa di storia dell’editoria italiana nel Novecento, tema al centro delle sue collaborazioni con radio e riviste. Ha pubblicato Numeri uno. Vent’anni di collane in otto libri (minimum fax, 2020) e Visto si stampi. Nove vicende editoriali (Italo Svevo, 2018).

Lettura consigliata
Il silenzio del mare
Vercors
Il silenzio del mare è una breve narrazione che si svolge fra le quattro mura di un salotto ma è soprattutto la storia della muta resistenza che fu la prima forma di opposizione francese all’invasore tedesco. Uno stile sommesso e sensibile, pieno di echi e di pause, una prosa in cui i personaggi sono le ombre dolorose di un’epoca che la guerra ha travolto. Questo piccolo capolavoro è stato tradotto in ventuno lingue, ed è diventato ovunque un racconto simbolo della virtú eroica dell’intransigenza, che può sbocciare anche nel piú umile degli esseri umani.