Rivista La città dei lettori

La radiazione cosmica di fondo

By 18 Dicembre 2021 8 Marzo, 2022 No Comments

La radiazione cosmica di fondo

Italo Papandrea

Ci sono libri che si comprano e si leggono solo dopo molto tempo. Dopo una breve sosta sulla scrivania; esaurito il compiacimento del nuovo proprietario provvisorio – nominato da ora P. P. – per la copertina vintage o la nuova traduzione; stramazzato come dopo una salita ripida un primo tentativo di lettura; dopo un’altra serie di incerti spostamenti all’interno della casa, ebbene, quel libro trova una sua pace e una sua collocazione, magari un po’ sbilenca ma solida a sufficienza, in uno scaffale saturo e resta lì.

 

Resta lì ineluttabilmente chiuso, polveroso o lustro a settimane alterne, fonte e bersaglio di qualche cruccio per il P. P. – se accade che gli getti un’occhiata – perché forse non doveva comprarlo, perché sì doveva prendere quello accanto, ma ormai è fatta, forse domani provo di nuovo a cominciarlo eccetera eccetera.

 

Poi il cruccio passa, nuovi affanni impegnano il P. P., le luminarie ingioiellano il centro, i botti spaventano i cani, in cieli più caldi garriscono i rondoni e già si arrendono ad un frinire sparso e assordante e poi immobilità, immobilità calcinata e sonnacchiosa, una centrifuga di oblio che rallenta… rallenta… e BUM! la rentrée, il buio che rosicchia i giorni, quei primissimi, quasi defilati ma presenti e fastidiosissimi panettoncini scontati nei supermercati.

 

Voi che leggete ripetete mentalmente questa giostra per dieci volte. Immaginatele però non come dieci circonferenze perfettamente sovrapponibili ma in forma di spirale, una spirale ascendente. Al decimo giro della spirale appuntate una modifica, che si situa all’incirca tra il buio che rosicchia i giorni e i panettoncini. Quel nodo è una caduta con relativo tonfo. Il P. P., che stava componendo messaggini melodrammatici per un destinatario la cui identità non deve interessarvi perché saranno pure fatti suoi, no?, sobbalzò per il tonfo e ne cercò la causa.

 

Ah, mmm, ah sì. Per una concatenazione di leggi fisiche la sbilencosità di quel famoso libro aveva prevalso sulla stabilità determinandone la caduta dallo scaffale. Il P. P. ricordava il cruccio causato da quel libro. Lo stuzzicò un mezzo desiderio; si lasciò conquistare. Non è nemmeno lunghissimo. Modalità aereo attiva. Saltò vita opere scalogne critica e bibliografia. Prime righe. Ora al posto della salita ripida c’era un lago, con tanto di barca ormeggiata. Ma era proprio questo, quel libro? Al P. P. non pareva vero. Sotto una calda luce di appena sette Watt partì. Era il libro ad averlo trovato, non viceversa.

 

Era uno di quei periodi della vita, per il P. P., in cui non succedeva niente: non eventi catastrofici (fortunatamente), non svolte lavorative, non fruttuose conoscenze sentimentali. Il nulla. Un nulla nauseante. Lui lo chiamava il grande limbo. A volte più scuro e selvatico, a volte più luminoso, ma di una luminosità lattescente, scura anch’essa a suo modo, e lui, il P. P., impastoiato lì, in un punto imprecisato, in un tempo simile a uno di quei giorni del mese che seguono il ventuno e che devi andare a controllare ogni cinque minuti sul calendario perché non ti ricordi se è il ventidue o il ventitré, ah no ma è il ventiquattro, e che insomma sembrano tutti uguali. Le prime righe, il primo capitolo. Il secondo, il terzo; stop. Capitava che il P. P. fosse vorace nelle sue letture, ma spesso per ingordigia della trama si godeva poco la riga. Per quel libro il P. P. fu costretto ad una scelta diversa, quella delle piccole dosi. Avrebbe potuto consumarlo tutto in tre giorni ma aveva come percepito che, in questo caso, la meta non sarebbe stata così soddisfacente come lo svolgimento.

 

Ma si poteva poi chiamare svolgimento? Era un libro strano: non succedeva niente. Anche lì non succedeva esattamente niente o pochissimo e comunque mai qualcosa di eclatante. Al P. P. sembrò ritornare il cruccio iniziale: ora riusciva a leggerlo ma non succedeva niente. Si sentiva chiuso in una serie di scatole cinesi impacchettate da Antonioni. Poi però si accorse di uno strano fenomeno: pienezza. Quelle poche pagine quotidiane centellinate in cui non succedeva niente davano un misterioso senso di pienezza. Al P. P. sembrò persino di avvertire un leggero movimento, un’instabilità, uno scroscio, ma era reale?, ma sì, era proprio un movimento, percettibile e profondissimo. In quel niente del libro accadeva qualcosa, forse addirittura tutto. Bastava ascoltare. Era come quella che gli scienziati chiamano radiazione cosmica di fondo: un’energia in movimento, diffusa nello spazio, non prodotta da corpi celesti ma residuo del Big Bang. Remota, sottile e presente. Il pensiero di quel movimento dietro le coltri dell’apparenza lo fece fremere di gioia e paura insieme (una roba che hanno chiamato in passato sublime). Come Lily, la pittrice del libro, il P. P. aveva tracciato una linea al centro del suo quadro (che sarebbe stato appeso in soffitta o che sarebbe stato distrutto. Ma che importanza aveva?). Era finito, era completo, aveva avuto la sua visione e questo era tutto, il necessario.

Italo Papandrea

Irpino, classe 1994, trapiantato (per ora) a Firenze dove si è laureato in Arti dello spettacolo. Erasmusiano nostalgico e incallito flâneur. Cultore insospettabile della risata, del caffè e del cioccolato amaro. Sta imparando a prendersi sempre meno sul serio. Lettore fedele e famelico ma con i suoi tempi. Cacciatore di libri le domeniche, preferibilmente autunnali, ai mercatini.

Lettura consigliata
Al faro
Virginia Woolf
Al Faro: questo il vero titolo del romanzo di Virginia Woolf che la nuova traduzione di Nadia Fusini riporta all'originaria bellezza. Romanzo sperimentale, intonato alla ricerca di libertà formale che accomuna i grandi scrittori di questo secolo, Al Faro è un libro sulla memoria e l'infanzia; un'elegia alla luce che ha illuminato le figure della madre e del padre reali, che nel romanzo diventano il signore e la signora Ramsay. A tema è lo scontro tra il sì materno (sì, andremo al faro) e, il no paterno (no, al faro non si può andare), come esso risuona nel cuore del figlio James, e nella mente della figlia Virginia, che a distanza di anni si misura, scrivendo, con la potenza di quei fantasmi. L'effetto è liberatorio. Prima, confessa Virginia Woolf, "pensavo al babbo e alla mamma ogni giorno". Ora "li depone", li seppellisce. E' la sua catarsi. Soprattutto allontana l'ossessione della madre, morta quando la scrittrice era ancora fanciulla. "Fino a quarant'anni e oltre fui ossessionata dalla presenza di mia madre... Poi un giorno, mentre attraversavo Tavistock Square, pensai Al Faro: con grande, involontaria urgenza. Una cosa ne suscitava un'altra... Che cosa aveva mosso quell'effervescenza? Non ne ho idea. Ma scrissi il libro molto rapidamente, e quando l'ebbi scritto, l'ossessione cessò. Adesso non la sento più la voce di mia madre. Non la vedo. Probabilmente feci da sola quello che gli psicoanalisti fanno ai pazienti. Diedi espressione a qualche emozione antica e profonda."