Rivista La città dei lettori

La signora dei colombi

By 27 Settembre 2021 No Comments

La signora dei colombi

Lilith Moscon

«Entrate, prego» ci disse una signora.

 

Avrà avuto tra gli ottanta e i novant’anni. Indossava pantaloni corti di cotone, azzurri, e una canottiera bianca.

 

«Mi stavo chiedendo perché tanta ombra nel mio salotto» aggiunse.

 

In effetti era da qualche minuto che io e Lynn stavamo in piedi contro la sua porta a vetri, riparandoci da un acquazzone.
La porta a vetri della signora dava sulla strada e aveva tende bianche ricamate che nascondevano il salotto dallo sguardo dei passanti.
Eravamo inzuppate di pioggia, io e Lynn, e accettammo volentieri il suo invito.
Mise dei giornali a terra, prese due sedie per farci accomodare e sparì in un corridoio stretto e buio.
La mia amica mezza polacca e mezza tedesca mi guardava in silenzio. I suoi occhi avevano il colore della pioggia. Io guardavo lei e mi veniva da ridere.
Lynn si era trasferita a Barcellona da pochi mesi, nel quartiere delle storie di Mercè Rodoreda: Gràcia.
Anche in quel momento ci trovavamo a Gràcia in carrer de Ramón y Cajal.
Non osavo muovermi, per pudore. Quando sento pudore o imbarazzo rido, un po’ come mi succedeva a scuola quando la maestra urlava di fare silenzio sbattendo una mano sulla cattedra.
L’illuminazione era scarsa. 

 

La signora tornò e si mise seduta su una poltrona alle nostre spalle. Ci presentammo, si chiamava Pepita. Aveva le sopracciglia disegnate, una carnagione olivastra e una certa eleganza, nonostante fosse in abbigliamento da casa.
Lanciò uno sguardo scocciato alla mia amica, dopo averla sentita balbettare qualche frase in castigliano. Immaginai che Pepita desiderasse fare due chiacchiere senza doversi sforzare per essere compresa da una straniera. Così girò tutto il suo corpo verso di me e iniziò a parlarmi del tempo, del suo quartiere, della sua casa. Mi aveva preso per una spagnola.

 

Da quando si era seduta con noi avevo cominciato a guardarmi intorno. Alla mia destra c’era un mobiletto verde pisello. Sopra il mobiletto erano poggiate tre foto: due ritraevano giovani uomini mori coi baffi. La terza, staccata dalle altre, ritraeva un signore anziano con una giacca color tabacco. Ai lati delle foto, c’erano due vasi con rose e gigli, e cartoline di martiri a me sconosciuti.

 

«Sono morti tutti. A breve, conto di raggiungerli» disse Pepita, posando anche lei gli occhi sul suo altare domestico.

 

Era sopravvissuta ai suoi figli e a suo marito. Quella era la casa dove avevano vissuto e lavorato assieme. Ce la mostrò, frettolosamente. Se proseguivi il corridoio arrivavi alla cucina che si affacciava su una corte interna, oltre la quale, si trovava una sala molto grande che un tempo aveva ospitato la loro attività di tappezzieri. La bottega era adiacente alla loro casa come la drogheria di Antoni, personaggio di La piazza del Diamante di Mercè Rodoreda.
La donna seduta accanto a me sembrava uscita dallo stesso romanzo, mi ricordava Natàlia (Colombetta): “Mia madre al cimitero di san Gervasi e io in piazza del Diamante…” pensa Colombetta nelle prime pagine del libro. Tratteggia un paesaggio in cui morti e vivi sono vicini, confinanti.

 

I morti di Pepita erano veri e propri inquilini che imponevano la loro presenza dalle cornici appese o poggiate un po’ ovunque.
Sebbene tutto in quella casa rimandasse al passato, c’era qualcosa di estremamente vivo e attuale: erano gli occhi di Pepita, il suo amore per le piante, per le cose, per le sue pareti rivestite con tessuti eleganti e policromi realizzati nella bottega accanto all’abitazione.
Mi portò in camera sua per mostrarmi il diverso tipo di tappezzeria e mi fece cenno di avvicinarmi per osservarne da vicino i disegni. Si scusò, ovviamente, del letto in disordine – era ordinatissimo – e restammo del tempo in quella camera di bambola. Di quando in quando interrompeva i suoi racconti, mi fissava, e diceva “Ma questo non ti interessa”, oppure “Credo che la pioggia sia diminuita. Potete andarvene, non voglio disturbarvi oltre”.
Pensai che gli anziani hanno sempre il timore di disturbare. Io ce l’ho dalla nascita, dunque sono nata anziana. La madre di Quimet, altro personaggio di La piazza del Diamante, incarna questo timore in maniera sublime e riesce a proiettarlo persino nel post mortem:

 

“… si raccomandava in continuazione che, se moriva e la vestivano loro, non le mettessero le scarpe, perché se era vero che i morti tornano al mondo voleva tornare senza farsi sentire e senza disturbare nessuno.”

 

Nuovamente in salotto, Pepita si avvicinò a un mobile e in punta di piedi si allungò a prendere una foto, questa volta raffigurante un fiume: il delta dell’Ebro. L’aveva visitato col marito, dalla mattina alla sera. Era stato il loro viaggio di nozze.
Mi immaginai che quello fosse stato il loro unico giorno di vacanza, domeniche escluse, il loro unico giorno di svago e di giovinezza.

 

«Era tutto organizzato: colazione e pranzo su una barca» mi disse.

 

Sorrideva guardando il delta dell’Ebro e non ebbi più alcun dubbio: ero davanti a Natàlia, alla signora dei colombi, alla donna che aveva espulso dalla gola “uno scarafaggio di saliva”, “un pezzetto di niente”, la sua gioventù.
Molti personaggi di Mercè Rodoreda non ebbero il tempo né il modo di essere giovani e forse neppure bambini.

 

“A mano a mano mi sono reso conto di essere come un bambino che guarda i pasticcini dietro un vetro; sa che non potrà mai prenderli, ma muore dalla voglia. Questa è stata la mia vita: sciogliermi di desiderio e passare alla larga”. (Aloma, Mercè Rodoreda)

 

In pasticceria ho serie difficoltà, che credo abbiano in tanti. È penoso doversi portare a casa un piccolo vassoio di dolci quando ciò che vorresti è l’intero negozio, così vacillo, chiedo consigli, temporeggio, creo code alle mie spalle… Scelgo i pasticcini come se stessi scegliendo un corso di laurea.
Curo nel dettaglio la loro consumazione: studio da che lato sferrare il primo morso, valuto se cominciare dalla pasta frolla o dalla crema. Ne mangio molti, lentamente, per golosità e per consolare quel bambino che li può guardare solo da un vetro.
Mi dissi che sarei tornata a trovare Pepita con una torta o dei pasticcini.
Io e Lynn eravamo sedute accanto alla porta a vetri, come da principio. La tappezziera di Gràcia aveva la faccia stanca e intuii che avesse bisogno di rimanere sola.
Ci congedammo. Fuori la pioggia era diminuita.
Mi voltai a guardare ancora una volta la casa di Pepita e il suo campanello, sul quale mi sembrò davvero di leggervi “Natàlia, la signora dei colombi”.

Lilith Moscon

È laureata in filosofia, diplomata in psicodramma presso l’Istituto Psychodramaforum di Berlino e in Linguaggio Sensoriale e Poetica del Gioco presso il Teatro de los Sentidos di Barcellona. Collabora con la rivista online Doppiozero e con la casa editrice Telos in qualità di formatrice. Ha pubblicato diversi libri per ragazzi tra cui Vedo, non vedo, vedo più in là (Einaudi Ragazzi), Un regalo para Nino (A buen paso), Monsieur Magritte (Libri Volanti), Il ragazzo dal mare negli occhi (Telos Edizioni). www.lilithmoscon.com

Lettura consigliata
La piazza del Diamante
Mercè Rodoreda
Quella sera, quando Quimet l’aveva invitata a ballare, in piazza del Diamante c’era la musica e tutto il quartiere danzava. Natàlia prima esita, ma poi, visto che lui è affascinante e deciso, gli prende la mano. Inizia così la loro storia d’amore, a cui seguirà il matrimonio e la nascita dei figli. Una mattina, Quimet trova un colombo ferito sul davanzale. Ha un’idea, vuole allevarli per rivenderli e inizia a riempire il solaio di uccelli. I bambini li amano, Natàlia li detesta. Poi arriva la guerra che distrugge la città e spazza via le loro semplici vite. Natàlia rimane a Barcellona e lotta per sfamare la famiglia, Quimet parte per il fronte per combattere i fascisti e, uno a uno, i colombi volano via. Con una toccante intensità, Rodoreda più che raccontare suggerisce con la sua voce delicata i sentimenti, la sensibilità, la complessità dell’animo femminile. La piazza del Diamante è uno dei più bei romanzi su Barcellona e sulla guerra civile spagnola, una pietra miliare della letteratura europea del Novecento.