Rivista La città dei lettori

Lassù, dove sapete.

Lassù, dove sapete.

Luca Starita

Ci si stava proprio bene laggiù, dove sapete, ma benone.

 

Gnōthi sautón. Conosci te stesso.
Questo è inspiegabilmente un pensiero martellante, che mi infesta la mente da qualche mese o poco più. Conoscersi dove? Nel silenzio, nella solitudine o nel rumore, nell’altro? A questo penso mentre mi perdo a piedi, seguendo il lungo viale alberato delle Cascine. Un mistero irrisolto, pare, irraggiungibile, sicuro.
Conoscere se stessi, solo a me appare impossibile, o è una domanda, solo a me appare impossibile? E ancora, solo a me sembra ancora più impossibile – se non si scade in una inutile retorica – conoscere qualcun altro, ma per davvero, quasi nel profondo. Ancora, una domanda?
L’altro può dire, selezionare cosa dire, non dire, accennare, stravolgere e io prendo per vera una verità che infine non è altro che una bugia, se intesa come la faccia di un’altra natura.
Qual è la differenza tra dire e scrivere? Mi chiedo, sempre considerando la difficoltà di ciò che possa significare conoscersi o conoscere. Un confronto; parlare è interrompere la realtà, è darle un’interpretazione e da essa evadere, ma parlare implica l’ascoltare da parte di un’altra persona, di un altro individuo che concretizza i suoi che escono dalla mia bocca. Se parlo da solo, la mia parola esiste se nessuno l’ascolta?
Quindi chi mi ascolta può controbattermi, distruggere una integrità faticosamente costruita, può dare un punto di vista che non avevo, in precedenza, considerato. E quindi il soliloquio distruttivo diventa un gioco a due parti, a solo, a due, a tre, la cui guida non è affidata più soltanto al parlante. Parlare non è avere il comando, parlare non è governare.

 

Scrivere, invece, mi permette di generare mondi alternativi, dei finali che costruiscono una realtà diversa da quella in cui vivo, che elaborano densi stravolgimenti di senso e di significato.
Scrivo, tra le altre motivazioni, anche per confessarmi. Per dire e allo stesso tempo non dire qualcosa che vorrei tanto dire, ma che non si può dire. E quindi mi smembro in tutta una serie di segmenti, di periodi, di parole, di sillabe, di lettere e mi ingegno a costruire un’immagine scritta di me stesso che può somigliare a un me reale, ma che distorce e regala alternative.

 

Continuando a camminare incontro due amici. Mi fermano perché hanno così tanta voglia di parlarmi che non riesco a fare finta di niente, come faccio di solito. Sento le storie di sogni realizzati, di case acquistate, di figli che crescono bene, di successi meritati. Sorrido e annuisco, mi trovano bene, dicono, forse un po’ ingrassato, confessano. A me entrambi piacciono molto, sono alti, il sole ogni tanto si nasconde dietro le loro teste e ne vedo i contorni in controluce. Non capisco come non facciano a rendersi conto che non ho detto una sola parola, che le loro invece stanno assorbendo una parte di me stesso che non riesce a liberarsi. Annuisco un’ultima volta e sorridendo, felici di avere mostrato, se ne vanno. Proseguo e vedo la piramide avvicinarsi.

 

Mi si interpone, però, tra me e la costruzione, un ragazzo. È un po’ meno alto degli altri due appena spariti, ma il suo sorriso li emula, illumina il volto e con una penna in mano mi si avvicina. È uno di quelli che chiedono le firme contro la droga, un lavoro che non ho mai compreso. Mi avrà visto mille volte nel parco, avrà provato mille volte a fermarmi e per mille volte l’ho scansato, ho scosso la testa e ho proseguito sui miei passi. Stavolta decido di no, stavolta mi fermo, firmo facendo finta di non riconoscerlo e permettendo a lui di fingere di non conoscermi. E quel sorriso continua a sopravvivere, come stampato, in quella posizione a lui destinata, ancora.
Mi chiedo cos’abbia da sorridere tutta questa gente. C’è il sole, è vero, la vita è bella, è vero. Forse è per questo che tutti sorridono in un parco assolato. Però forse gioire sempre non è così utile, si rischia di svilire il significato profondo che un sorriso dovrebbe avere. Ho sempre pensato che il sorriso e la felicità costituiscano una pausa momentanea dalla vita, uno scossone che ci desta per un attimo dalla maggior parte di tempo in cui viviamo sopiti. Se la vita diventa quindi tutto un sorriso e la felicità diventa normalità come posso fare per trovare una nuova dimensione di felicità e distaccarmi da quella nuova normalità?

 

Mi lascio il ragazzo alle spalle e mi rendo conto che spariscono tutti. C’è soltanto il sole afoso, luminoso, e i viali deserti, gli alberi che si muovono con i segmenti del vento debole, la ghiaia che frigge e il mio respiro che si distende. Rimango solo, mi perdo a piedi, di nuovo mi perdo a piedi, e raggiungo con pochi passi la base della piramide. Guardo la punta che troneggia in alto, e non mi sembra poi così lontana. Comincio ad arrampicarmi, arrivo in poco tempo in cima e salgo sulle pareti come se fossero i pioli di una scala. Il sole picchia forte e sotto c’è solo il deserto, quel deserto in cui una piramide dovrebbe stare, non nel parco delle Cascine.
Comincio a sciogliermi, si staccano le dita della mano e un orecchio, per primi. I capelli volano via col vento e nell’arco di qualche secondo non esisto più.

 

Ci si stava proprio bene lassù, dove sapete, ma benone. 

Luca Starita

Di sangue napoletano, di crescita senese, di maturità fiorentina, si laurea a Bologna in Italianistica. Per questo suo spostarsi continuo le radici, i sogni, la definizione sono temi fondanti della sua scrittura. È autore del romanzo La tesi dell’ippocampo, pubblicato nel 2019, e di alcune drammaturgie teatrali. Collabora, inoltre, con la rivista «Cultweek». Il suo ultimo lavoro è Canone ambiguo. Della letteratura queer italiana pubblicato da Effequ Edizioni.

Lettura consigliata
La piramide
Aldo Palazzeschi
Il primo dei due Meridiani che raccolgono tutti i romanzi di Palazzeschi. In questo volume compaiono i romanzi scritti tra il 1908 e il 1934: : riflessi, Il Codice di Perelà, La Piramide, Sorelle Materassi. Dei primi due sono presentate la prima e l’ultima redazione. Un lavoro che tiene conto della consuetudine di Palazzeschi di ritornare più volte sulle proprie opere: un lavoro di riscrittura che è attentamente studiato e valutato, anche tramite l’analisi delle varianti, da Gino Tellini, docente dell’Università di Firenze e presidente del Centro di Studi Aldo Palazzeschi. Apre il volume un saggio di Luigi Baldacci, scritto appositamente per il Meridiano e pubblicato postumo, ulteriore prova della sua profondità e acribia critica.