Rivista La città dei lettori

Le ombre della candela

Le ombre della candela

Simone Innocenti

Ogni tanto faccio questo. Prendo la macchina e salgo fino in cima al castello, che è un posto che noi chiamiamo così. E poi mi metto a leggere, non troppo ad alta voce: quasi sussurro le pagine di alcuni libri. E tutto questo dipende dall’umore e se ripeto le parole di una pagina di un romanzo o il verso di qualche poeta. A volte invece – più spesso – lo faccio nel silenzio di casa mia, non mi serve l’auto: quando questo accade accendo una candela, che sia giorno o sia sera poco importa. Quando alzo gli occhi dal libro vedo una luce, mi sembra quella che vedo quando – dopo aver parcheggiato l’auto – mi accoglie sulla tomba di mamma e di mia sorella. È luce tremola, anche il tono delle parole che leggo si trasforma così.  

 

“Ci sono forse cose che vivono sotto forma di domanda?”, scrive David Albahari in Zink, un libro edito da Zandonai che è praticamente fuori catalogo perché l’editore è fallito e nessuno in Italia – a parte un timido tentativo di Einaudi – pubblica più questo scrittore serbo di origine ebraica. È un quesito – quello posto da Albahari in questo libro al quale spesso ritorno – che mi assale spesso, ma sempre dopo che leggo ad alta voce di fronte alla fotografia di mia mamma o di mia sorella: perché lo faccio? Perché quando sono a casa – e sono solo e magari sono le tre di notte e mi alzo improvvisamente e vado in salotto e accendo una candela – poi leggo ad alta voce alcune pagine di fronte agli scatti di mamma e di mia sorella? Così mi ricordo di ciò che ha scritto Albahari e se per caso non ricordo le parole esatte ripesco il libro e ritorno a quelle parole. In quel romanzo – che affronta la perdita del padre mentre invece ne L’esca parla della scomparsa della madre – c’è anche questo passaggio: “Da qualche parte del Talmud è scritto che i morti non parlano, ma sentono ciò che si dice loro: colui che parla è più vicino a loro di colui che tace”. E così mi è chiaro come mai io non parlo, ma leggo loro pagine delle altri: le mie parole si incepperebbero, franano ed è meglio se racconto qualcosa di bello. Come faceva mamma con me quando ero piccolo, io adesso faccio lo stesso con lei e le leggo cose bellissime, frasi che la cullano. Perché “non esiste il mondo, dice la ragazza, esistono solamente le parole”, scrive Albahari. Quelle che regalo loro, a mia mamma e a mia sorella. 

 

Dopo la scomparsa di mia madre, mi sono imbattuto in testi e in autori – quasi tutti dimenticati – che affrontavano il tema della morte dei loro cari. A volte quei testi li ho cercati caparbiamente fino a quando non li ho scovati perché ognuno ha il suo modo di fare i conti con l’esercizio del dolore e io ho questo. È così che ho scoperto Sergio Solmi, una figura del Novecento, un altro dimenticato, un poeta e un traduttore e un animatore culturale. Un uomo, soprattutto, che era in grado di raccontare usando la precisione del bisturi e l’esplosione dell’arcobaleno. In un suo libro, fuori catalogo – si intitola Meditazioni dello scorpione e lo ha pubblicato Adelphi – Solmi scrive: “I morti ritornano più tardi, quando meno ce lo aspettiamo. E, infine, tutta la nostra vita potrebbe veramente definirsi un dialogo coi trapassati. Essi dormono, s’agitano, si lamentano in noi, lottano senza tregua col nostro cangiamento. Essi sono il segreto del nostro persistere, il peso che ci trae ad essere ineluttabilmente quelli che eravamo, il senso della nostra impossibilità ad assecondare docilmente il semplice e lieve respiro dell’esistenza. Essi ci raggiungono nell’attimo dell’abbandono: la stanchezza, la notte, il mare ce lo riportano, come ad Achille l’ombra di Patroclo insepolto. E vengono giorni aridi, che la terra non sa più partorirci che ombre”. Io non so se – come scrive – tutto questo renda “quasi beato, il nostro dolore”. Non so se quell’aggettivo – quel “beato” che Solmi mette lì, lo posa con tanta delicatezza da smuovere anche la brutalità più ottusa – va letto come lo intendeva Giacomo Leopardi – del quale lo scrittore ero uno studioso – oppure se il suo significato va ricercato nella sua etimologia: dare felicità. Per un attimo, infatti, sembra tutto in equilibrio, che tutto non sia mai accaduto. E sei quasi beato, come scrive Solmi. Fino a quando ti accorgi che è dolore e del dolore è il suo esercizio più estremo. 

 

No, non è questo. O almeno non è solo questo quando questo accade. Perché quando questo accade – quando si legge ad alta voce o si recita una poesia di fronte alla tomba dei propri cari – accade invece qualcosa di più recondito. Ed è quello che dice Solmi quando scrive che “la terra non sa più partorirci che ombre”. Sono ombre quelle che rimanda la candela che accendo a casa mia. Sono ombre quelle che dispiega il tremolio della luce votiva. Sono ombre anche i cieli e ombre anche le parole che risuonano nel tuo orecchio. Sono ombre anche le tue mani. Quelle che usi per chiudere il libro e per ritornare in quel posto che è spietato. Quella realtà che non ha ombra. Quella realtà che è – solo – la tua ombra. La tua ombra da sola.

Simone Innocenti

È nato a Montelupo Fiorentino nel 1974. Ha scritto la guida letteraria Firenze Mare (Giulio Perrone Editore), esordendo con Puntazza (Erudita). Suoi racconti sono apparsi in varie antologie. Si occupa di cronaca nera e giudiziaria e ha scritto per «Il Corriere», «La Nazione», «Il Giornale della Toscana», «Avvenire», «L'Espresso» e «Sette». Attualmente lavora al «Corriere Fiorentino», dorso regionale del «Corriere della Sera». Il suo primo romanzo è Vani d’ombra (Voland).

Lettura consigliata
Meditazioni sullo Scorpione
Sergio Solmi
Sergio Solmi è apprezzato, da anni, per le sue rare poesie, che non si dimenticano, e per gli illuminanti saggi letterari. Ma esiste un’altra dimensione della sua opera, la meno nota e forse la più rivelatrice, quella che permette di saldare le molte immagini dello scrittore in una: le prose, di cui Solmi ha qui raccolto una parte, quasi a comporre una complessa linea di vita, che va dagli anni venti a oggi. Percorrendo queste tracce continuamente divergenti, questi calcolati lampeggiamenti di immagini e idee, apparirà chiara la sorprendente singolarità di questo scrittore. Già nelle prime prose, che comparvero nel clima della ‘prosa d’arte’ e a esso sembravano adattarsi perfettamente, riconosciamo oggi degli elementi che non solo alla prosa d’arte erano estranei, ma disgraziatamente sono tuttora rimasti stranieri, ospiti di ben pochi scrittori, nella letteratura italiana: da una parte il tono di un pensiero educato su Valéry e Nietzsche, che s’inoltra nel reale partendo ogni volta da zero; dall’altra, la grande vena del fantastico, cui Solmi si abbandonerà sempre più con gli anni. Assiduo frequentatore delle «voragini discrete che s’aprono a ogni passo nel nostro incerto cammino», viaggiatore clandestino dell’immaginario in tutti gli interstizi del quotidiano, Solmi è divenuto una sorta di transfuga da una letteratura troppo domestica – e la sua defezione è stata coerente e sicura, anche se non si è dichiarata con squilli di tromba. Al contrario, egli ha pazientemente, occultamente scalzato un impianto neoclassico, fatalmente rigido e difensivo, contaminandolo con l’informe e col multiforme – tenendo sempre fermo, però, a una prosa limpidissima e composta. Movimento prefigurato con chiaroveggenza in una delle sue prose più vecchie, Bisce acquaiole, oscillazione fra le «statue» – le perfette «creature cieche», che nella loro purezza nutrono la morte – e il limo primordiale che le circonda, luogo delle terribilità naturali e delle «germinazioni buie e felici». Più avanti, nelle Meditazioni sullo Scorpione, certo una delle più belle prose italiane di questo secolo, maturata durante la guerra, Solmi ha in certo modo compendiato la sua evoluzione fissando i tratti del «nostro ancestrale totem»: nelle memorie infantili, nella fisiognomica astrologica, nella presenza immediata della distruzione, nelle allusioni della morfologia, in tutto questo ha attinto elementi per duplicare la mitica bestia in una possente immagine dell’ambivalenza: non da fuggire, ma da vivere continuamente, coltivando la precisione e circondati dall’oscurità. Procedendo oltre nelle divagazioni di questi ultimi anni, si constaterà poi come i confini del mondo di Solmi si siano allargati incessantemente: dalle carte geografiche dell’infanzia, primo e prediletto luogo del fantastico, l’occhio ha finito per spostarsi verso la sconcertante prospettiva di «infiniti mondi, infiniti sogni, infiniti destini paralleli», con cui il libro si chiude – come se il bambino, dopo molti anni, fosse giunto a constatare di vivere già nel luogo remoto indicato sulle carte dall’ominoso hic sunt leones.