Rivista La città dei lettori

Lenny Kravitz

By 6 Dicembre 2021 25 Gennaio, 2022 No Comments

Lenny Kravitz

Michele Baldini

Ho un po’ di tempo libero. Decido di impiegarlo scaricando dall’home banking le distinte F24 pagate ad alcuni prestatori occasionali dell’associazione nella quale faccio cosette culturali.

 

So che come passatempo non è un granché ma non è nemmeno un passatempo, è un’abitudine. Non una cattiva abitudine eh, ho letto un articolo su Forbes che, al pari di quella per il benessere fisico, consiglia, per quello mentale, una D.A.R., Daily Accountability Routine. Devo dire che da quando mi prendo cura dei conti, oltre che di me, va un pochino meglio, in generale. Sono meno aggressivo, meno suscettibile all’ansia. Spesso mi dico, “meglio tenere tutto in ordine sul fronte conti prima che il mondo finisca” e per ora è tutto in ordine. Non lo faccio tutti i giorni ma due o tre volte a settimana sì. Dunque sto scaricando i pdf delle distinte, rivedo i codici, comparo i tempi di pagamento con i pagamenti delle ricevute per le prestazioni occasionali, per vedere se tornano, se non ci sono da pagare gli interessi di mora, che pure sono abbastanza bassi. Per ora tornano. Sono seduto sul divano e ho il portatile posato sulle gambe allungate sul tavolino da fumo davanti a me. Mi accompagna un sottofondo musicale, tanto per convincermi (e ne sono convinto) che non sia un lavoro vero e proprio, giusto per dimostrare che si può sbrigare in pieno comfort una faccenda che comunemente risulta mortalmente noiosa. Il sottofondo musicale è in questo momento If You Can Say No di Lenny Kravitz. È indubbiamente uno dei suoi pezzi più sensuali. Mi rapisce in particolare il basso bordone del pezzo, un sofisticato loop in cui una specie di segnale morse discontinuo tiene in piedi praticamente da solo tutta la sezione ritmica: Pii Pi, Pi Pi Pi Pii, Pii Pi, Pi Pi Pi Pii. Oltre a ciò ritengo che Lenny Kravitz, contrariamente alla maggior parte delle persone con cui ho avuto modo di parlarne (quattro o cinque al massimo dal 2001 a oggi), scriva dei testi nient’affatto banali. Gli aggettivi con cui li definirei sono due: sensati e logici. Prendiamo per esempio il ritornello del pezzo in questione: «if you can say no just think about me». Non è forse la quintessenza dell’Amore, la scelta consapevole di voler portare avanti un rapporto maturo, che spesso è fatto anche di momenti in cui per il bene sommo e per la duratura della coppia occorre ingoiare dei rospi? E non è un fatto di tirare a campare. Ripeto, è una scelta.

Perché il Nostro continua dicendo:

 

I know that you are in love with me

 

But I also know your kind, well

 

Baby, you got a lot of nerve

 

So just try to keep me in mind, oh, oh

 

In sintesi, è un po’ come a dire: io ti conosco e accetto come sei fatta, baby, anzi mi piace come sei, ricordatelo e fai ciò che vuoi. Lo trovo in tutto e per tutto accostabile alla celebre massima di Sant’Agostino: ama e fa’ ciò che vuoi, in contesto diverso, s’intende. Sant’Agostino non è infatti mai stato uno dei quei Padri della Chiesa misogini, tipo San Paolo o San Girolamo. Anzi, tolta la mamma, Santa Monica (che in pratica l’ha sobillato tutta la vita per farlo diventare vescovo o qualche altra carica pastorale), pare fosse lui stesso una specie di latin lover nordafricano. Poi ha incontrato Dio e allora nulla, a monte.

 

Chiusa la parentesi, non è tanto il testo del pezzo a distrarmi dalla mia routine di contabilità (D.A.R.), ma il fatto che il segnale morse, sorprendentemente, cessa di essere sincopato, diventa continuo: Pii, Pii, Pii, Pii, Pii, a intervalli regolari di circa un secondo l’uno dall’altro. Me ne accorgo subito. Mi provoca quasi fastidio. Paralizzo le dita che prima premevano la tastiera, alzo il mento di tre quarti a sinistra e fisso in linea retta con lo sguardo la piccola ragnatela all’angolo del soffitto corrispondente. In questo modo posso concentrarmi sull’udito. Scopro che il segnale morse continuo non proviene dallo speaker della cassa, non è cioè parte del pezzo. Quello c’è ancora, continua come sempre, con la sedicesima al terzo battere. No, ce n’è un altro, viene dallo scaldabagno, sistemato sopra il lavabo in cucina. Perché?

 

Poso il portatile sul tavolino, mi alzo, spengo Lenny, mi porto sotto allo scaldabagno annusando, pur senza avere alcuna competenza idraulica, il tipico odore delle giornate di merda. Il cilindrone bianco mi guarda dall’alto in basso, il led lampeggia, significa che non carica. Significa cioè che toccherà cambiarlo o farsi tutto l’inverno bucket shower, ma non sono un tirolese. Quindi toccherà cambiarlo. Toccherà cercare un idraulico disposto a venire in tempi umani e che abbia prezzi umani. E la combinazione di questi ultimi due fattori è rarissima. Questo lo so. Non voglio nemmeno pensare (anche se in realtà ci sto già pensando) ad avvisare mia moglie, che ora è fuori e che quando torna vorrà farsi la doccia, il padrone di casa, bisognerà sbrigare faccende scomodissime tipo guastarsi un pomeriggio con in casa due persone che la mettono a soqquadro, perché per fare tutto il lavoro ci vorranno almeno tre ore. Piuttosto preferirei tornare a fare le code in banca e all’INPS come una volta e compilare le distinte F24 a mano, quando queste operazioni non si potevano online.

 

Mi gratto la fronte, cerco di riflettere e individuare, se non la soluzione giusta, almeno la via giusta per arrivarci. E alla fine arriva. Me ne compiaccio.
Dedicherò allo scaldabagno una canzone di Lenny per dirgli che non può finire così:

 

Here we are, still together

 

We are one

 

So much time wasted

 

Playing games with love

 

So many tears I’ve cried

 

So much pain inside

 

But baby, it ain’t over till it’s over

 

So many years we’ve tried

 

To keep our love alive

 

But baby, it ain’t over till it’s over

 

Dai scaldy, non può finire così. Parlo per un po’ con l’arnese, alzo il volume della cassa per evitare di sentire il segnale della spia, mi rimetto sul divano, gambe allungate sul tavolino, portatile sulle cosce, riprendo a fare i conti. Al momento sto ancora valutando l’efficacia dell’operazione ma sono ragionevolmente certo che funzionerà.

Michele Baldini

Laureato in Storia delle Arti Visive e dello Spettacolo, si occupa di progettazione sociale e culturale. Ha pubblicato tre dischi con la band Piet Mondrian (Misantropicana, Urtovox, 2010, Purgatorio, Urtovox, 2011, Di che stiamo parlando, Borgo Allegro, 2016) e un lungo racconto, Jah Bless (Leucotea, 2016). Scrive articoli per il mensile culturale fiorentino «Lungarno».

Lettura consigliata
Crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza
Julian Jaynes
Che cos’è la coscienza? Questa, che per noi è l’esperienza più immediata e vicina, questo «teatro segreto fatto di monologhi senza parole e di consigli prevenienti, dimora invisibile di tutti gli umori, le meditazioni e i misteri», continua tuttora ad aleggiare, come oggetto inafferrabile, nella ricerca scientifica e filosofica. Julian Jaynes, psicologo sperimentale di formazione, accenna in questo libro una risposta davvero nuova all’antico quesito. E non vuole soltanto mostrarci che cosa la coscienza non è (attraverso una disamina devastante delle teorie correnti sul tema), ma che cosa essa è e come è nata, in un intreccio audacissimo fra neurofisiologia, teoria del linguaggio e storia. Il punto di partenza è qui la divisione del cervello in due emisferi. Sappiamo che uno solo di tali emisferi (generalmente il sinistro) presiede al linguaggio e domina la vita cosciente. Qual è allora la funzione dell’altro emisfero, legato da molteplici nessi all’emozione? Chi abita, chi ha abitato quell’«emisfero muto», del quale oggi riconosciamo di sapere così poco? La tesi di Jaynes è che l’emisfero destro sia stato abitato dalle voci degli dèi e che la struttura della «mente bicamerale» spieghi la nostra irriducibile divisione in due entità: divisione che un tempo fu quella fra «l’individuo e il suo dio». La coscienza, quale oggi la intendiamo, sarebbe dunque una forma recente, faticosamente conquistata, che si distacca dal fondo arcaico della «mente bicamerale». Con un’analisi serrata di testimonianze letterarie e archeologiche, soprattutto mesopotamiche, greche ed ebraiche, Jaynes disegna il profilo della «mente bicamerale» in quanto fonte dell’autorità e del culto, quale si è manifestata nella storia delle grandi civiltà. E, all’interno di essa, individua lo sviluppo di un’altra forma della mente, che prenderà il suo posto dopo un «crollo» dovuto a fattori interni ed esterni. Tale crollo separa per sempre il mondo arcaico da quello che diventerà il nostro. È questo il punto in cui Jaynes situa «l’avvento della coscienza» (intesa nel senso moderno), ultima fase di un lungo processo di «passaggio da una mente uditiva a una mente visiva». Ma la bicameralità della mente non per questo scompare: tutta la storia è traversata da una nostalgia verso un’altra mente, tutta la nostra vita psichica testimonia numerosi fenomeni, dalla possessione alla schizofrenia, che a quell’altra mente rinviano. Ciò che noi chiamiamo storia è «il lento ritrarsi della marea delle voci e delle presenze divine». Ma la nostra mente a quelle voci e presenze continua a riferirsi, anche se non sa più come nominarle e ascoltarle. La dominanza dell’emisfero linguistico non riesce a cancellare l’altra metà del cervello. Così la coscienza continua a essere, come scrisse Shelley a proposito della creazione poetica, «un carbone quasi spento, che una qualche influenza invisibile, come un vento incostante, può avvivare dandogli un transitorio splendore», anche se «le parti coscienti della nostra natura non sono in grado di profetizzare né il suo approssimarsi né la sua partenza». Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza apparve per la prima volta nel 1976.