Ho coniato un termine. Cioè, per l’esattezza non so se l’avesse già usato qualche altra persona prima di me: merdificazione. Per me, si tratta di una parola nuova, una parola che mi serviva per tradurre un termine inglese, che ho scoperto e di cui mi sono, a modo mio, innamorata (sì, sovente mi capita di prendermi delle sbandate verbali): enshittification.
Creato da Cory Doctorow, dà titolo al suo ultimo libro, in cui tratta un tema a me caro: il fatto che, nel corso del tempo, i servizi digitali di cui usufruiamo sono diventati meno gradevoli da usare, meno performanti, portandoci più fastidi che sollievo. Una volta, le ricerche su Google funzionavano meglio, mentre adesso, prima di tutto, si trova lo slop, la sbobba, potremmo dire, creata dall’IA: sintesi non sempre sensate, che più di una volta portano le persone fuori strada, soprattutto quando non hanno alcuna idea della risposta che dovrebbero ottenere. Una volta, era più facile acquistare su Amazon, nel senso che ciò che appariva in cima alle ricerche era davvero la cosa migliore che si potesse trovare, mentre adesso, spesso, si trovano per primi prodotti di Amazon, che non di rado sono di scarsa qualità. Una volta il computer, il cellulare andavano più veloci, mentre adesso, dopo pochi anni diventano vittime dell’obsolescenza programmata. L’enshittification sembra ovunque; l’esperienza diventa peggiore per noi utenti, consumatori e consumatrici, ma anche per chi offre servizi, e i potentati del tech sono gli unici a guadagnare in questa situazione. La concorrenza tra aziende diverse, in questo periodo storico, è quasi scomparsa, dato che la tecnica dei big player è quella di acquistare ogni possibile antagonista, assorbirlo e quindi, di fatto, toglierlo di mezzo. Procedendo, poi, a una merdificazione senza limiti, con la massima libertà.
Da tecnoentusiasta curiosa quale sono, vivo con una certa sofferenza il decadimento dei servizi a cui, nel tempo, mi sono affezionata. Mi infastidisce che la risposta a molti problemi di questo tipo sia di sostituire dispositivi perfettamente funzionanti, ma che non riescono più a supportare le applicazioni più recenti. Siamo dentro a un vortice di consumismo spinto sulle cui conseguenze antiecologiche non riesco a non interrogarmi. Quanto costa all’ambiente il mio nuovo cellulare, il mio PC di ultima generazione, necessario per far girare un banalissimo word processor senza rallentamenti? Qual è il prezzo reale che, alla fine della fiera, come collettività, paghiamo per questa costante tendenza alla merdificazione?
Ma per me, al di là della tecnologia, la questione della merdificazione riguarda anche l’ambito a me più vicino, quella della comunicazione o, più precisamente, della lingua. Scrivere è difficile, scrivere bene lo è ancora di più. Vedo spuntare ovunque gli strumenti dell’IA, senza che io li abbia apertamente richiesti, ed è qualcosa che mi provoca un fastidio intollerabile. Apro il computer, spunta l’IA. Apro il motore di ricerca, si ripropone l’IA. Apro il word processor, ecco l’icona dell’IA che mi suggerisce che tipo di documento scrivere. Il programma che legge i PDF mi chiede se desidero un riassunto del file che ho appena aperto, dato che il testo appare lungo (oh, povera me!). L’IA entra perfino nel programma di messaggistica istantanea che impiego.
Potrei sembrare stolidamente critica dell’uso dell’IA, ma la cosa che mi dà realmente fastidio è che questo ausilio mi venga riproposto in ogni possibile contesto senza che io lo abbia mai richiesto. Perché una politica così aggressiva? A chi conviene, che utilità ha? Sicuramente, finora non è mai servita a me. E come questo succede a me personalmente, così lo vedo accadere attorno a me: i testi sintetici che incontro sono ormai all’ordine del giorno: email che sanno di finto, trafiletti di giornale altrettanto artificiali, per non parlare delle innumerevoli tesi di laurea che correggo, e nelle quali il livello di merdificazione – con la scrittura completamente demandata all’IA, in assenza di alcuna riflessione critica sulla qualità dell’output – ha raggiunto livelli davvero preoccupanti.
Lo scrittore Ted Chiang, uno dei miei preferiti, che ho avuto modo di intervistare recentemente al Trieste Science Fiction Festival, ha un visione altrettanto critica, o forse scettica, dell’impiego dell’intelligenza artificiale nella scrittura creativa. Se per un racconto di diecimila parole chi scrive deve operare diecimila scelte, afferma, per un prompt per scrivere un racconto di diecimila parole ne servono un centinaio. Quindi, le scelte umane diminuiscono sensibilmente, il campo d’azione dell’operatore umano è una frazione di quello originario. Probabilmente, dice Chiang, per avere un prodotto dell’IA valido e creativo come quello fatto da un umano senza il suo aiuto, bisognerebbe allungare la scrittura del prompt, magari proprio a diecimila parole. Scrivo diecimila parole di prompt per l’IA per permettergli di creare un racconto “umano” di diecimila parole come quello che avrei scritto da sola… allora tanto vale scrivere direttamente il racconto, senza passare dall’IA. In più, secondo Chiang le aziende hanno bisogno che noi usiamo l’IA e ci convinciamo della sua ineluttabilità (Thanos mi perdoni), perché probabilmente altrimenti gli ingenti investimenti fatti nel settore perderebbero di senso. Insomma, il dumping ossessivo dell’IA sarebbe il segnale della disperazione delle aziende che la propongono. Una lettura che mi convince, anche se sicuramente soffro di un bias di conferma, in questo caso.
Tante persone difendono l’uso dell’IA nella scrittura e nella creazione delle immagini: dicono che sia utile per automatizzare alcuni passaggi, che sia un incredibile ausilio per chi ha difficoltà a leggere o scrivere; chi la usa giura che il processo creativo si è spostato sulla creazione del prompt, cioè il comando, o meglio la serie di comandi, da dare all’IA per farle fare quello che si desidera. Io, al momento, non sono convinta. Mi pare una visione meramente performativa del prodotto della scrittura, ignorando che, a mio avviso, è rilevante anche il processo, il ragionamento in base al quale si è deciso di leggere quella fonte e non un’altra o di scrivere quella frase e non un’altra. Probabilmente sono un’ingenua, e forse ha ragione Luciano Floridi quando afferma che la scrittura senza IA diverrà una specie di commodity di lusso. È probabile che io abbia una visione scioccamente artigianale del processo creativo, e ancor più probabilmente sto sbagliando su tutta la linea. Nel dubbio, continuo a pensare che questo sia un processo di merdificazione fatto e finito; e Doctorow mi perdonerà se ho tradotto inopinatamente il suo splendido termine, curvandone a modo mio anche il significato.