Durante il volo non ci siamo parlate.
Eravamo vittime di un silenzio che avevo già messo in conto.
Non incontravo Laura da cinque mesi e vederla immersa nella sua musica con lo sguardo oltre l’oblò ha soltanto aumentato le distanze.
Nel cielo di Cracovia le prime turbolenze hanno dissolto ogni singola certezza, ingigantendo un senso di vuoto che dall’aeroporto di Bergamo mi stava prosciugando.
Non volevo che se ne accorgesse specialmente dopo quella orrenda sfuriata al telefono, così pescai dallo zaino una copia sgualcita delle parole crociate, senza trovare quella che più di tutte descriveva il mio stato d’animo: Paura, con la p maiuscola.
Una volta atterrate siamo salite sulla linea centodue delle diciannove diretta alla stazione di Kraków Główny nel cuore della città antica.
Lungo il tragitto una guida locale raccontava a un gruppo di turisti inglesi che le tracce della Seconda guerra mondiale erano ancora visibili sulle facciate dei palazzi, che in quella zona periferica del Paese dovevano fare i conti con il tempo e il degrado.
Giunte in stazione ci siamo incamminate verso il Barbakan Residence Old Town che su Booking a giugno inoltrato vantava quattro stelle e un prezzo abbordabile.
Dalle foto la stanza sembrava accogliente e dal vivo era ancora meglio, offriva una posizione strategica per visitare tutte le attrazioni del posto.
«Allora, ti piace?» chiese Laura sistemando il suo zaino sopra uno dei letti singoli.
«Sì» risposi continuando la mia ispezione.
«Com’è il bagno?»
«È pulito, ci sono gli asciugamani e due boccette di bagnoschiuma.»
Dopo esserci cambiate per la cena abbiamo scritto su Google il nome di una trattoria situata nei pressi del mercato di Rynek, dove la torre del Municipio e i palazzi antichi donavano alla piazza di Stare Miasto un’atmosfera magica e fuori dal tempo.
«Secondo te abbiamo fatto una cazzata a venire qui?» ho chiesto d’un tratto all’ingresso del parco di Planty.
«Ormai siamo qui, tu l’hai voluto» rispose beffarda mentre un vento leggero soffiava tra le chiome degli alberi.
«E perché, tu no?»
«Senti Niky possiamo andare che ho fame o dobbiamo stare dietro alle tue paranoie?» rispose fulminandomi con lo sguardo.
«Dopo due mesi speravo almeno in un chiarimento» risposi con gli occhi gonfi per la stanchezza.
Volevo tornare a casa da Giulio e dirgli che questa sua idea del viaggio era stata una vera pazzia, che mi sentivo una povera illusa e che dopo quei giorni tutto poteva solo peggiorare.
Con un groppone in gola avevo appena aperto la rubrica quando una mano mi strappò via il cellulare facendolo scomparire nella tasca nera del piumino.
«Si può sapere che diavolo ti prende?» aveva urlato paonazza in viso «se hai un problema con me lo affronti senza tirare ogni volta in ballo quel povero cristo, i nostri problemi sono nostri e di nessun altro» aveva decretato a pochi metri da un capannello di curiosi.
All’improvviso mi sentivo spogliata di ogni sicurezza e niente avrebbe ricucito l’invisibile crepa che da qualche parte aveva iniziato a sanguinare.
Scoppiai a piangere biascicando una preghiera lontana anni luce: «Mamma, dove sei?»
Continuai ad espellere tutto lo sporco che sentivo zampillare nel petto e nella pancia finché un gesto che profumava d’infanzia non mi cinse prima le spalle per poi scivolare lungo la schiena.
«Nicky ti prego parlami, ti ricordi cosa diceva mamma?»
«Che il silenzio affila le parole come i coltelli» risposi.
«La verità è che per tutto questo tempo ti ho sentita lontana e mi sei rimasta solo tu» aggiunsi singhiozzando.
«Nicky non è così, lo so, sono due anni che siamo lontane, io a Palermo e tu ad Arezzo, pensi che non ci soffra?»
«Mi manca da impazzire quel clima familiare che solo mamma sapeva darci.»
«Lo so Nicky ma tenerci il muso così non serve a nulla» rispose porgendomi un fazzoletto.
«Dai andiamo che già siamo in ritardo» disse sciogliendosi cautamente dall’abbraccio e riprendendo la strada verso la trattoria.
Al Czarna Kaczka ordinammo un Bigos e due Kotlet schabowy seguite da due pinte di birra.
A quell’ora della sera la piazza era piena di vita.
«Mi dispiace per prima» bisbigliai dopo che il pianto e la fame si erano placati.
«Non è facile riempire le assenze che ci hanno lasciato Nicky.»
«Papà non l’hai sentito vero?» domandai tirando su col naso.
«Figurati» rispose con una smorfia.
«Hai visto che faccia hanno fatto al parco?» dissi abbozzando un sorriso.
«Quando vogliamo facciamo davvero paura» disse ridendo «forse è per questo che Giulio ti ha proposto il viaggio.»
«Veramente ho insistito io e lo sai, se aspettavo te… apriti cielo!»
«Ricominciamo?»
«Sì, ha insistito Giulio» le concessi con un sorriso stanco.
«Andremo mai d’accordo io e te?»
«No, è risaputo, è una legge universale.»
«Già» esclamai abbassando gli occhi.
«Ma ci ritroveremo come quando giocavamo a nascondino» mi confessò stringendomi la mano «solo che anziché gridare battipanni ci grideremo un sano vaffanculo e una delle due ricomincerà a contare.»