Rivista La città dei lettori

Nel mio zaino pesante

Nel mio zaino pesante

Tamara Baris

Un anno fa, una persona pressappoco sconosciuta mi ha detto: – Io nella vita imparo molto più dai miei errori che non dai miei successi.

 

Quel giorno, i miei errori li portavo nel mio zaino pesante, buttato a terra accanto alla sedia. Davanti a quelle parole, uno stracotto e del vino rosso, pensai che quella fosse una delle tante frasi fatte che si dicono per convincere gli altri a rimettersi in carreggiata, mentre lo stracotto va giù insieme alla polenta e le cose che nella vita non siamo riusciti a fare. Devo aver detto qualcosa, in risposta. Ho incassato l’onestà di quella che poteva sembrare una frase fatta, ma non lo era. Ho bevuto un sorso di vino rosso (o era birra artigianale?) e forse ho mollato qualche grammo di silenzio e uno sguardo empatico alle altre persone sedute al tavolo. Sì, molto probabilmente, nessuno di noi ha detto nulla.

 

Vorrei anche ora lo stracotto: condividerlo con quei pressappoco sconosciuti, tra un’idea e un progetto, un ricordo e qualche rimpianto, con lo zaino accanto, ma senza errori dentro. Sì, perché – a distanza di un anno – e con una pandemia in corso, tra un fallimento e l’altro con cui ognuno di noi ha dovuto fare i conti, io vorrei dire a quella persona: hai proprio ragione.

 

Non ne usciremo migliori, non ne stiamo uscendo migliori, ma è indubbio che ciascuno di noi si sia ritrovato in questo anno (che diventerà molto probabilmente un biennio) a resuscitare quei tempi morti che aveva sepolto rincorrendo tutte le persone che sarebbe voluto diventare. Resuscitare quei tempi morti, nella noia, nel senso d’impotenza, in alcuni casi ci ha portato a chiederci: «Cosa fa della vita che abbiamo un’avventura felice?».

 

Ce lo siamo chiesti in un momento in cui la vita era tutt’altro che felice e avventurosa. Ce lo siamo chiesti di fronte ad arcobaleni che non funzionavano più, a briciole d’entusiasmo da custodire gelosamente e regalare agli sguardi vivi che incontravamo, o a chi aveva perso ogni speranza per cercare di alleviargli la giornata. Ce lo siamo chiesti, riportando tutto a zero (e tutto a casa, davanti allo schermo diventato il nostro mondo, i nostri affetti, il nostro lavoro) e rovistando nello zaino per vedere se, sul fondo, ci fossero ancora degli errori nascosti: li abbiamo presi e li abbiamo buttati via, perché se tutto poteva mettersi così in pausa all’improvviso – e nel peggiore dei casi anche finire del tutto – allora non valeva proprio più la pena portarsi dietro quella roba, curvarsi sotto il peso di chissà cosa.

 

«Alla fine della vita», gli dico, «parlando di noi sotto una pergola in Toscana, o in una casa con il cortile a Pechino, potremo anche concludere che abbiamo sbagliato tutto, che ci siamo sbagliati su decine di cose. Ma vogliamo poter dire che ci siamo sbagliati sinceramente, per amore, per ingenuità. Non per interesse, per avidità, per tradimento».

Via tutto. Finire, però. Per ricominciare altro? Chi lo sa. Ma quanto può valere un programma fatto ora, in un momento in cui abbiamo perso la capacità di fare programmi a lungo termine, in un momento in cui siamo lucidi come bambini di cinque anni?

 

«Ma vogliamo poter dire che ci siamo sbagliati sinceramente, per amore, per ingenuità. Non per interesse, per avidità, per tradimento». Vogliamo anche poter dire che, se questa esperienza qualcosa può insegnarci, è che dovremmo soprattutto imparare ad ascoltare gli altri: dovremmo cambiarci nome e vocabolario, farci nuovi cittadini responsabili (responsabilità è la parola, non sacrificio), cercare d’imparare da chi ha vissuto davvero, da chi ha cercato la felicità senza rendersi conto di averla trovata, ascoltare con l’umiltà dell’allievo i maestri che non ci insegnano nient’altro che planare leggeri, ascoltare chi il mondo ha il coraggio di raccontarlo, se lo porta nello zaino, fa posto al nuovo, al diverso, al vero, alla fiducia. Se questa cosa qualcosa ci ha insegnato è che, tra una politica inefficace, una vita spesso ingiusta, un cielo nuvoloso e freddo, non dobbiamo far altro che vivere. Non dobbiamo mai dimenticare cosa ci rende vivi, non dobbiamo mai permettere a un mondo che uccide i tempi morti di cancellarli anche nella nostra memoria, di cancellare quella sensazione di pace che ci regalavano. Non dobbiamo permetterlo, neanche in questo tempo sospeso, in questo futuro incerto, in questo momento in cui la vita è tutt’altro che felice e avventurosa.

 

Tiziano Terzani, che io, da pera cotta quale sono, dopo aver buttato via qualche peso e aver ripensato a qualche strada e sogno abbandonato, ho riletto da casa mia per cercare tutto quello che non avevamo più, scriveva nei suoi diari che «La vera medicina per tutti i mali consiste nel cambiare vita, cambiare noi stessi e con questa rivoluzione interiore dare il proprio contributo alla speranza in un mondo migliore».
Avremmo tanto bisogno di un mondo migliore, ora che questo ci ha dimostrato chiaramente quante siano le cose che non funzionano e quante quelle da cambiare; dovremmo solo – tutti – ogni giorno chiederci dal nostro posto nel mondo, responsabilmente: cosa fa della vita che abbiamo un’avventura felice? ripensando forse alla frase saggia che pronunciò una persona che neanche ci conosceva ma che in qualche modo aveva già capito tutto.

 

«Con un silenzio che assorda, una luna credo piena che è sorta nella finestra della nostra camera, sono ora seduto al mio tavolinetto a «chiacchierare» con te rendendomi conto che ogni minuto che passo così è uno spreco di vita, un buttare dalla finestra un dono di cui forse non sono abbastanza grato al cielo».

Tamara Baris

Frequenta il Corso di Dottorato in Literary and Historical Sciences in the Digital Age, presso l’Università degli Studi di Cassino (si occupa di Storia della lingua italiana) e scrive articoli per il portale Treccani.it (Atlante; Lingua italiana). Ha partecipato a Scritture Giovani Cantiere del Festivaletteratura e ha collaborato col progetto collettivo di storytelling Soultrotters. Ha lavorato in libreria e a progetti di comunicazione museale, occupandosi di semplificazione linguistica e attività di ricerca (Museo Facile; Attimi sospesi).

Lettura consigliata
Un'idea di destino
Tiziano Terzani
«Cosa fa della vita che abbiamo un’avventura felice?» si chiede Tiziano Terzani in questa eccezionale opera inedita, che racconta con la consueta potenza riflessiva l’esistenza di un uomo che non ha mai smesso di dialogare con il mondo e con la coscienza di ciascuno di noi. In un continuo e appassionato procedere dalla Storia alla storia personale, viene finalmente alla luce in questi diari il Terzani uomo, il padre, il marito: una persona curiosa e straordinariamente vitale, incline più alle domande che alle facili risposte. Scopriamo così che l’espulsione dalla Cina per «crimini controrivoluzionari», l’esperienza deludente della società giapponese, il passaggio professionale dalla Repubblica al Corriere della Sera, i viaggi in Thailandia, URSS, Indocina, Asia centrale, India, Pakistan non furono soltanto all’origine delle grandi opere che tutti ricordiamo. Furono anche anni fatti di dubbi, di nostalgie, di una perseverante ricerca della gioia, anni in cui dovette talvolta domare «la belva oscura» della depressione. E proprio attraverso questo continuo interrogarsi («tutto è già stato detto, eppure tutto è da ridire»), Terzani maturava una nuova consapevolezza di sé, affidata a pagine più intime, meditazioni, lettere alla moglie e ai figli, appunti, tutti accuratamente raccolti e ordinati dall’autore stesso, fino al suo ultimo commovente scritto: il discorso letto in occasione del matrimonio della figlia Saskia, intriso di nostalgia per la bambina che non c’è più e di amore per la vita, quella vita che inesorabilmente cambia e ci trasforma.