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Non voglio preti

By 21 Febbraio 2020 23 Marzo, 2021 No Comments

Non voglio preti

Lilith Moscon

– Non voglio preti – continuava a ripetere il signor Busatti con il poco fiato che gli era rimasto a disposizione.

– Starà qui solo qualche minuto – si affrettava a rispondergli sua moglie Rosa che, stanca della testardaggine del marito, non vedeva segretamente l’ora che tutta quella faccenda giungesse al termine.

Anselmo Busatti aveva fatto per venti anni il minatore ed era l’unico ancora in vita del gruppo di uomini che negli anni Cinquanta lasciò il Veneto per le miniere del Belgio. Come ultimo superstite, era stato intervistato dalle televisioni locali. A quanto pare, era testardo pure con la morte, le opponeva resistenza, e trascorreva le ore del giorno attaccato a una bombola di ossigeno. Respirava a fatica, ma non si lasciava ripetere due volte di attaccarsi a quella bombola che emetteva un suono cupo, sordo, simile a quello di un grosso pesce impigliato a una rete sul fondale.

Non ho mai potuto sapere a quante reti fosse sfuggito il signor Busatti. Di sicuro era sfuggito alla rete della seconda guerra mondiale. Poi era sfuggito, goffamente, alla rete di una famiglia troppo rumorosa per lui. E infine, come per opera di un miracolo, era riuscito a scampare alla pericolosa rete di Marcinelle. 

Non ho mai creduto che il suo fiato sospeso, costantemente affannato, fosse dovuto alla silicosi che lo accompagnava dai tempi della miniera. Ho sempre pensato, piuttosto, che fosse il frutto del suo avere a lungo resistito, del suo essersi nascosto dagli spari nella notte, dell’avere retto uno sguardo su un mondo in cui non si riconosceva più, da cui si sentiva per alcuni aspetti superstite e per altri esiliato.

– Non voglio preti – gridava a sua moglie – con la disperazione di chi l’inferno l’ha già visto, l’ha abitato, al punto da non credere più in nessun paradiso. Mi sono spesso chiesta se il signor Anselmo fosse stato invece il più credente fra noialtri, se il suo negare l’aldilà e il suo non volere né una predica né una benedizione, fosse dovuto al fatto che lui credeva nella realizzazione di un paradiso in terra governato da una società giusta, libera.

È diverso lo sguardo di chi confida nella nascita di un paradiso umano, fatto di gioia, dolore e peccato, da quello di coloro che attendono e pregano per un altrove popolato da anime salve. 

Dubito che il signor Anselmo abbia mai trascorso alcune ore in compagnia del parroco del paese a discutere sulla vita e sulla morte. Bisognava lavorare, a quei tempi, lavorare duro. E poi lottare, nascondersi, e scappare dalle reti. Mi è stato raccontato dal sarto di Ronco all’Adige, residenza di Anselmo Busatti, che quest’ultimo mandò suo figlio in seminario, a studiare dai comboniani. 

– Non voglio preti – ripeteva arrancando sul letto. Eppure suo figlio l’aveva mandato, dai preti.

Suo figlio mediano si era messo al riparo sotto la croce dei comboniani di Trento.

Il signor Busatti scendeva per chilometri sotto terra, nelle miniere, tenendo fissa negli occhi l’immagine della volta celeste. È impensabile accettare di scendere nelle viscere della terra abbandonando il cielo, e questo Anselmo lo sapeva. I suoi occhi infatti erano azzurri e tersi, come per testimoniare la presenza del cielo anche negli inferi della terra. 

L’otto agosto del 1956 la miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle prese fuoco provocando la morte di centinaia di persone. Una scintilla e la miniera prese fuoco.

Il pozzo Bois du Cazier della miniera d’Amercoeur fu investito da rumori e fumo come il mulino a vento de La fattoria degli animali di George Orwell.

Il minatore Busatti sarebbe riuscito a sopravvivere perché in quei giorni si trovava in Italia, dalla sua famiglia. E anni dopo sarebbe persino riuscito a tornarci, da quella famiglia, e a stabilirsi a Ronco all’Adige, costruendo una casa in mezzo alla pianura, fra fossi, rane e meli. Non poteva prevedere che le rane sarebbero sparite dai fossi, e che i meli sarebbero stati in parte sostituiti da distese di serre e capannoni per animali da allevamento. L’aria si sarebbe fatta densa di veleni e odore di feci di bestiame. Anche dopo la guerra, la miniera, e una famiglia rumorosa, il signor Busatti non avrebbe potuto avere il piacere di respirare come si deve, di godere dei profumi della campagna. Non riuscì mai a vederlo lui, quel paradiso in cui sperava tanto, quella società che dopo la guerra, dopo tutto quel sangue versato, avrebbe dovuto, di diritto, amministrare i comuni, sedere in parlamento.

Ebbe bisogno di una bombola di ossigeno e si fece sempre più silenzioso.

– Non voglio preti – gli sentii dire il giorno in cui tutta la sua famiglia, i vicini, i compagni di partito e i parenti gli si erano riuniti attorno, per accompagnarlo nelle sue ultime ore. Se ne stava in silenzio e a intervalli di tempo regolari parlava in francese, gridava. A giudicare dalle sue grida pareva essersene tornato in Belgio, nelle cavità della terra, nel buio della miniera.

Il mattino seguente, un forte grido fece seguito a un lungo silenzio:

– Meurs! –

Anselmo Busatti ci stava avvisando della sua morte e, di lì a poco, il suo respiro si fermò. Era l’otto agosto.

La nipote del signor Busatti, figlia di quel Flavio che si era messo al riparo sotto la croce dei comboniani di Trento, guardò quella mattina suo nonno tornarsene a Marcinelle. Per quanto si sforzasse di vederlo sostenuto dagli angeli, lo vide invece far ritorno in Belgio e sedersi sul crinale di quei pozzi neri. E forse era davvero il più credente fra noialtri, poiché sapeva che il cielo si raggiunge solo dopo avere abitato i solchi della terra e che la leggerezza sopravviene solo dopo essere passati dalla gravità, dal carbone. Anselmo si mise a sedere sul crinale del dolore perché era certo che da lì, e solo da lì, sarebbero potuti passare gli angeli.

 

 

In memoria di mio nonno Amerigo Moscon (Anselmo Busatti) e di mia nonna Maria Pizzato (Rosa).

Lilith Moscon

È laureata in filosofia, diplomata in psicodramma presso l’Istituto Psychodramaforum di Berlino e in Linguaggio Sensoriale e Poetica del Gioco presso il Teatro de los Sentidos di Barcellona. Collabora con la rivista online Doppiozero e con la casa editrice Telos in qualità di formatrice. Ha pubblicato diversi libri per ragazzi tra cui Vedo, non vedo, vedo più in là (Einaudi Ragazzi), Un regalo para Nino (A buen paso), Monsieur Magritte (Libri Volanti), Il ragazzo dal mare negli occhi (Telos Edizioni). Il suo ultimo libro è Bestiario Familiare (Topipittori Edizioni), con le illustrazioni di Francesco Chiacchio. www.lilithmoscon.com

Lettura consigliata
La fattoria degli animali
George Orwell
«I particolari concreti della vicenda mi vennero in mente il giorno in cui (allora vivevo in un piccolo villaggio) vidi un bambino sui dieci anni che spingeva per un angusto viottolo un enorme cavallo da tiro, frustandolo ogni volta che cercava di voltarsi. Mi colpì l’idea che se animali come quello riuscissero ad acquistare coscienza della propria forza saremmo impotenti contro di loro, e che gli uomini sfruttano gli animali in modo analogo a come i ricchi sfruttano i proletari. Presi allora ad analizzare la teoria marxista dal punto di vista degli animali. Per la simmetria del racconto, i vari episodi, pur essendo tratti da fatti reali della Rivoluzione russa, vengono presentati in modo schematico e secondo un diverso ordine cronologico. Alcuni lettori possono riportare l’impressione che il libro termini con la completa riconciliazione fra i maiali e gli esseri umani. Non intendevo dire questo: al contrario, io volevo che finisse con una stridente nota di discordia, poiché ho scritto quella parte immediatamente dopo la Conferenza di Teheran, che tutti pensavano avesse stabilito le migliori relazioni possibili fra l’URSS e l’Occidente. Personalmente non credevo che tali rapporti sarebbero rimasti buoni a lungo; e, come i fatti hanno poi dimostrato, non sbagliavo di molto.» George Orwell (1945)