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Nonostante la distanza

By 13 Ottobre 2020 19 Dicembre, 2020 No Comments

Nonostante la distanza

Luca Starita

Procida non è Capri e non è Ischia. Procida è la figlia un po’ storta, quella meno attenta alle rifiniture dell’esterno e quella con i lineamenti più strani. Il mare è nero, agitato, quando ci sono stato era mosso e inquieto, come per mettere in chiaro che quelle casine colorate che si affacciano sulla lingua di spiaggia principale o quei tramonti introspettivi fossero soltanto un bel vestito per nascondere i movimenti sotterranei, quelli che fanno tremare le fondamenta e le convinzioni più salde.

 

Poi c’è un punto alto, una posizione privilegiata da cui ammirare tutto. E tra questo tutto si fa spazio un edificio maestoso, il Palazzo d’Avalos che per centocinquant’anni è stato una prigione. Tra queste mura era rinchiuso un uomo che per un altro uomo era fonte di struggimento e di amore.

 

Nun trovo ’n ‘ora ‘e pace

‘a ‘notte faccio iuorno

‘sempe pe sta ‘cca ‘ttuorno

speranno ‘e te parlà!

 

L’innamorato si chiamava Wilhelm Gerace.

 

Nascere e vivere a Procida. Se tornassi indietro avrei solo questo come desiderio: nascere e vivere a Procida. Ho questa immagine, in mente, da non so quanto tempo. C’è un gruppo di bambini che gioca a calcio, è un pomeriggio di fine estate, tardo pomeriggio, quando il sole cala e quindi, alla fine, non fa più così caldo. Un bambino si allontana, è più magro degli altri, si annoia a giocare col pallone e si siede a terra, a gambe incrociate, a passare il tempo con due o tre legnetti. È scalzo, in pantaloncini rossi e una canottiera azzurra, di un colore però poco intenso, spento, come consunta, appartenuta probabilmente a qualche fratello maggiore o qualche cugino. Attende, per una probabile chiamata a tavola o per aspettare che il sole vada via del tutto e, finalmente, ritirarsi in camera sua senza sembrare quello fuori dal gruppo. È un’attesa, ferma in un attimo. Il mare sulla sinistra che si agita e si sfoga sulla sabbia e sulle caviglie dei bambini, come per richiamarli e incitarli ad andare a casa, che ormai è freddo, basta giocare. E lui, l’unico in disparte, non sa che quel suo sentirsi fuori luogo, quella sensazione di incapacità che inizia a nascere nel suo stomaco, sarà per lui fonte di una liberazione finale. È seduto, guarda i movimenti degli altri, guarda la luce, si alza e se ne va.

 

Quel bambino di nome Arturo è il figlio di Wilhelm. Si vive, da bambini, con la convinzione che il mondo privato in cui cresciamo sia davvero il migliore dei mondi possibili. Abbiamo gli eroi a cui affidarci, a cui ispirarci, e spesso e volentieri questi eroi non sono solo i protagonisti dei libri o dei film, ma sono i nostri genitori, i nostri zii, i nostri nonni. Eroi che sembrano in grado di declamare verità indistruttibili, di proteggere qualsiasi figlio da qualsiasi male, di apparire incorruttibili e guai a chi viene in mente di metterli in discussione. Si cresce con le convinzioni salde di chi ha ragione, di chi ha la chiave della felicità e della vita perfetta. Poi si diventa adulti e tutto si incrina. Si vedono le debolezze di questi eroi, se ne vedono le imperfezioni fisiche una volta che si tolgono le armature, se ne vedono le sfaldature interiori, i precipizi da cui si sono lanciati, le idee sformate e gli ideali caduti. E quindi si cerca di fare di meglio, prendendo altre strade o ripercorrendo le stesse ma con strumenti differenti.

 

Percorrere a piedi le strade di Procida è come seguire i passi di un amore non corrisposto. L’aliscafo mi lascia al porto, è il tripudio di colori, di rumori, di speranze, subito viene spontaneo lanciarsi all’inseguimento del punto più alto, del punto più bello. Quindi si fatica, si sale su, ancora, qualche passo, e si arriva là dove tutto appare con un senso, dove ci si sente completi nonostante la distanza, dove solo pensare a quell’unico punto riempie di gioia e di sorrisi immotivati. Poi la vista non basta più, mi voglio addentrare di più, conoscere di più, e all’improvviso mi perdo, non so dove andare, mi giro per cercare un punto di riferimento ma non ne trovo, c’è solo il carcere a sovrastare tutto, con le sue mura per niente eloquenti. E mi precipito in una strada minuscola, ai lati piccoli arbusti spogli e soprattutto il silenzio. Lascio che il silenzio mi calmi, mi chiedo se tutto quello che provo è in qualche modo giustificato o se è solo qualcosa di cui mi convinco per sentirmi vivo. Quindi cammino più lentamente, riprendo possesso dei miei passi, dei miei pensieri, e cerco di dimenticarmi dell’isola, di quanto la ami e di quanto abbia bisogno di lei, di rivederla ancora, di essere felice solo guardando i suoi colori e ascoltando i suoi rumori. Consapevole della mia debolezza, sono pronto a rimettermi nel mondo.

 

Sbuco su una spiaggia, lunga e stretta con un’estremità orizzontale mangiata dal mare e l’altra bloccata da alte pareti di roccia. Il mare è assordante, scuro, ma magnifico. È il rumore del mondo di cui mi sono dimenticato per tutto un tempo. È il mondo che ho deciso di non vedere né sentire perché mi bastava la vista di chi ho amato e che non mi ha voluto. E questo rumore che ora mi stordisce mi era mancato. Mi ci vorrà del tempo per abituarmi, ma la riabilitazione arriva, a un certo punto.

 

Luca Starita

Di sangue napoletano, di crescita senese, di maturità fiorentina, si laurea a Bologna in Italianistica. Per questo suo spostarsi continuo le radici, i sogni, la definizione sono temi fondanti della sua scrittura. È autore del romanzo La tesi dell’ippocampo, pubblicato nel 2019, e di alcune drammaturgie teatrali. Collabora, inoltre, con la rivista «Cultweek». Il suo ultimo lavoro è Canone ambiguo. Della letteratura queer italiana pubblicato da Effequ Edizioni.

Lettura consigliata
L'isola di Arturo
Elsa Morante
Arturo, il guerresco ragazzo dal nome di una stella, vive in un’isola tra spiagge e scogliere, pago di sogni fantastici. Non si cura di vestiti né di cibi. È stato allevato con latte di capra. La vita per lui è promessa solo di imprese e di libertà assoluta. E ora ricorda. Queste sono le sue memorie, dall’idillio solitario alla scoperta della vita: l’amore, l’amicizia, il dolore, la disperazione. Secondo romanzo della Morante dopo "Menzogna e sortilegio" (1948), "L’isola di Arturo" confermò tutte le qualità della scrittrice romana: l’impasto di elementi realistici e fiabeschi, la forte suggestione del linguaggio. Arturo, come Elisa in Menzogna e sortilegio, “si porta addosso la croce di far parte non di un oggi ma di un sempre”.