Outta time

Cristi Marcì

I giorni che hanno preceduto il nostro incontro sono sembrati infiniti.

Una parte di me voleva rivederti a tutti i costi, un’altra invece desiderava scappare e scriverti all’ultimo che incontrarci era da pazzi e che non dovevamo dirottare i binari delle nostre vite verso direzioni di cui non conoscevamo la destinazione.

Eppure l’idea di ritrovarci adulti a distanza di otto anni e confessare l’un l’altra quanto taciuto mi solleticava come una puntura di zanzara: che silenziosamente spinge a grattare il punto in cui ha lasciato il segno.

Dal dieci settembre duemila diciassette qualcosa mi aveva morso, iniettando un veleno che ancora dopo molto tempo provoca un prurito che sta facendo impazzire perfino la mia terapeuta.

È stata proprio lei a spingermi a fare questo passo per non dare, come dice lei, «troppo spazio a immagini invadenti che rischierebbero soltanto di inquinare la memoria».

«Spesso bisogna preservarla» mi aveva detto nelle ultime due sedute.

Io non avevo capito nulla di quanto mi avesse consigliato così, seduto sulla poltrona marrone in pelle del suo studio mi ha consigliato di chiamarti per vederci e darmi l’opportunità di lasciare andare una parte vecchia di me che tuttora si riflette su un finestrino di seconda classe.

 

 

All’arrivo dell’Inter City presso la stazione Termini di Roma tenevo ancora le cuffie nelle orecchie, avevo fatto ingenuamente un ripasso delle nostre canzoni preferite per entrare nel giusto mood ma anziché rassicurarmi ha aumentato il panico e l’incertezza.

Una volta sceso dalla carrozza numero tre ho fatto dei lunghi respiri, mi sono tolto gli auricolari e mi sono diretto verso i binari della metro.

I rumori della vita quotidiana mi hanno aiutato a placare un po’ l’ansia mentre gli annunci degli arrivi e dei ritardi dei treni mi hanno ricordato quanto movimento ci fosse dentro e fuori di me.

Dalla stazione Termini a piazza di Spagna non c’è voluto molto, soltanto quattro fermate simili a un conto alla rovescia di fine anno.

Fuori da quel claustrofobico tunnel della linea A, il sole illuminava la scalinata di Trinità dei Monti e la sua splendida fontana: da dove mi trovavo sembrava di scendere verso il centro del mondo, dove i turisti e le giovani coppie esprimevano ogni forma di bellezza tra un selfie e uno sguardo stupito.

Ero così stordito da tutta quella pulsione di vita che a stento mi accorsi di te.

 

 

Eri in controluce e non ti avevo riconosciuta, eri un piccolo tassello di un meraviglioso puzzle che faticavo a comporre con il semplice sguardo.

«Ciao Mattia».

«C-ciao Sara» ti risposi balbettando.

Eravamo immobili come due gatti che studiandosi decidono la prossima mossa, stavolta però non c’erano parole affilate con cui graffiare il cuore dell’altro ma solo due sorrisi che gradualmente si erano tramutati in un famelico abbraccio.

«Come stai? È un sacco di tempo che non ci vediamo».

Non sapevo cosa risponderti e tantomeno come riparami da quell’ondata di entusiasmo, così per difesa, come spesso mi capita nei momenti di maggior imbarazzo, scoppiai a ridere.

Mi sentivo ubriaco di emozioni contrastanti mentre vagabondavo in un territorio sconosciuto.

«Ti va di sederti lì sui gradini?» mi avevi chiesto indicando la scalinata.

«Sì».

Quando ci sedemmo finalmente potei osservarti meglio.

Eri la stessa di sempre, forse con qualche ricciolo bianco ma con quella bellezza etiope che mi trafisse il cuore.

«Non te l’aspettavi che sarebbe accaduto, vero?» mi chiedesti in tono solenne.

«Onestamente no ma sono felice di essere qui, perché volevo preservare il nostro ricordo insieme».

«Sei stato coraggioso, io non sarei stata capace di chiamarti. Otto anni fa sono scappata e non me lo sono mai perdonato, non volevo finisse in quel modo. So di averti ferito».

«Lo so Sara, anche per me non è stato semplice però col tempo ho scoperto che non ci sono regole prestabilite da seguire in questo genere di cose».

«Quali cose?»

«Questa roba che ci portiamo in petto è la stessa che ci fa nascere e a volte morire, non la possiamo comandare ma lasciarla fiorire dentro di noi, a prescindere dalla forma».

«Dopo che ci siamo lasciati ho sofferto per un periodo di insonnia e mi venivi in mente sempre la notte alle tre del mattino».

«Anche tu sei venuta a trovarmi in sogno, anzi a dirla tutta i primi tempi eri davvero un tormento, poi però questa intrusione onirica dalla paura si è tramutata in frenesia. E così eccomi qua».

«Mi dispiace Mattia, davvero».

«Eravamo giovani e innamorati, ma inesperti nelle faccende di cuore. Però abbiamo vissuto ed è questo quello che conta».

I tuoi occhi color nocciola presero a brillare mentre il sole creava un riverbero che ne illuminava una profondità dove il passato poteva congiungersi al presente.

Senza pensarci ti presi per mano e ti diedi un bacio sulla fronte, mi accostai al tuo orecchio è ti sussurrai queste semplici parole: «ti porterò sempre con me, perché solo così il nostro legame vivrà in un’immagine eterna e fuori dal tempo».

Cristi Marcì

Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere».

Lettura consigliata
Dimmi di te
Chiara Gamberale
«E tu? Tu come hai fatto? A tenere insieme quello che ti fa splendere e quello che ti consuma, a scegliere, a puntare tutto su un solo momento, su quell’incontro? Come fai, giorno dopo giorno dopo giorno, a rimanere fedele alla tua scelta, a lasciare un po’ di spazio per lo sperpero senza però permettergli di svuotare tutto di significato? Dove la metti la rabbia che avevi, dove le metti le voglie, come lo nascondi il terrore di invecchiare e la preghiera che, se deve succedere, che succeda subito, senza obbligarti prima a prendere delle decisioni? Dimmi di te». Ci sono momenti, nella vita, che somigliano a una palude: andare avanti sembra impossibile, possiamo solo lasciarci affondare. Succede a Chiara, quando si ritrova madre quasi per caso e si trasferisce con la figlia in un quartiere di famiglie normali, fedeli a regole che lei ha sempre rifiutato. Abituata a vivere come un’eterna adolescente e affamata di emozioni, non sopporta quella quiete fittizia e presto non riesce più a lavorare, ad amare, a confidare nel futuro. Ma il casuale incontro con un amico che non vedeva dai tempi del liceo le fa venire un’idea: ricontattare le persone che mitizzava quando adolescente lo era davvero. Per chiedere: e tu? La sopporti, la palude? Sei riuscito a crescere, senza rinunciare a chi sei? Mi spieghi come si fa? Così va a trovare la più desiderata della scuola, il rappresentante d’istituto rivoluzionario, il bravo ragazzo che forse avrebbe potuto salvarla da sé stessa, il tormentato che a sé stessa la condannava… E a ogni incontro la tensione sale, perché passato e presente si mescolano, fino a costringerla a un faccia a faccia con la tremenda verità che si ostinava a evitare. Chiara Gamberale, portavoce dei nostri segreti più profondi, ci regala un’indagine in forma di romanzo sul modo impacciato, tenace o incosciente con cui rimaniamo in bilico fra i sogni che avevamo e la vita che facciamo. E inventa per tutti la possibilità di trasformare una palude nel mare aperto.