La mia conoscenza di Antonio De Gennaro (napoletano di nome e di fatto) si perde nella nebbia della memoria, non ricordo quando e dove l’ho incontrato la prima volta (forse lui se lo ricorda, ma chissà). Però ricordo che forse (dico forse) molti anni fa ha frequentato uno dei miei laboratori di scrittura, e devo avergli detto che la sua scrittura aveva qualcosa di sano, che mi piaceva, ma che ci voleva un po’ di tempo per farla maturare. Credo che sia andata così, ma quel che so per certo è che non abbiamo mai smesso di sentirci, anche se una volta ogni tanto.
Anni fa l’ho anche incontrato a Napoli, dove lui è nato e vive. Mi ha ospitato a casa sua, e mi ha gentilmente accompagnato a visitare la sua città… I Quartieri Spagnoli, piazze e vicoli, trattorie tipiche ma non turistiche. Mi aveva anche prenotato una visita al Cristo velato di Sanmartino, una scultura sbalorditiva con una velatura marmorea così reale da far pensare che quel velo si possa alzare con una mano. Soltanto Jago, il grande scultore contemporaneo nato a Frosinone, che ha scelto di vivere a Napoli, è riuscito a uguagliarlo.
Ma torniamo ad Antonio De Gennaro. Dopo tanti anni ecco che mi arriva a casa un suo libro, un romanzo: L’ultima estate (Colonnese Editore). Lo apro, comincio a leggere, e non riesco a smettere fino a che non arrivo in fondo. È una storia intrisa di sofferenza, che racconta la morte del padre del protagonista, che parla in prima persona, facendo trapelare l’autobiografia. Nel rievocare il difficile e contrastato rapporto tra padre e figlio, De Gennaro impugna la sacra arma della sincerità, che in letteratura è indispensabile. Ma in questo caso anche liberatoria. Questo romanzo è un percorso nelle viscere del narratore, è un irrefrenabile dialogo con la propria coscienza, uno sguardo che si avventura con coraggio nell’animo umano. Un romanzo che nonostante racconti il dolore e la morte, ha qualcosa di luminoso. Forse la luce è proprio il desiderio di capire e di conoscere, di non nascondersi. E la vicenda che racconta, assai personale, riesce a toccare l’animo anche di quelli che non hanno vissuto un rapporto così difficile con il proprio padre.
Mentre lo leggevo mi veniva in mente La confraternita dell’uva di John Fante. Insomma, Antonio De Gennaro ha scritto un romanzo difficile da dimenticare. Una volta gli dissi: «Secondo me diventerai uno scrittore». Questo me lo ricordo bene. Di solito, quando si dice a qualcuno “te l’avevo detto” si tratta di un rimprovero. In questo caso lo dico a De Gennaro con uno spirito del tutto diverso. Bravo Antonio.