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Ritrovare Carlo Emilio Gadda per ritrovare Roma

By 29 Giugno 2022 No Comments

Ritrovare Carlo Emilio Gadda per ritrovare Roma

Massimiliano Coccia

Roma per chi è lontano diventa una sorta di stanza dei ricordi, di carillon delle percezioni perdute, e non di rado mi capita appena è possibile di tornare in via Merulana. Di fatto una strada ora come tante, una delle tante che hanno perso lustro e splendore nell’epoca della gentrificazione che ha ampliato la vocazione speculativa a danno della storia, della memoria e della contaminazione popolare. In via Merulana è accaduto quel che è successo in tutto il centro storico, una spoliazione massiccia del suo strato abitativo, del nucleo storico, a favore di uffici, affittacamere e altre attività ma qualcosa è resistito forse grazie al nume tutelare di Carlo Emilio Gadda che ha reso la via che congiunge le sue basiliche maggiori di Roma, Santa Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano, il centro di uno dei capolavori del novecento letterario: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.

 

Sarà per questo che al posto del vecchio ufficio di igiene è sorto lo scintillante Palazzo Merulana, che il Teatro Brancaccio se ne sta ancora lì sornione con la serranda che raffigura un iconico Gigi Proietti e a pochi passi dentro uno scantinato glorioso si può tirare ancora cazzotti ad un sacco nella storica palestra “Indomita” e che poco dopo tra chiese, madonnari c’è ancora un museo di arte orientale e ancora due o tre posti dove i dolci sanno ancora di dolce, nonostante l’aria amara di certi giorni che viviamo.

 

Oltre il merito spirituale, Gadda, ha saldato il linguaggio usato nel Pasticciaccio con quello della realtà, del quotidiano e se tutto questo resiste ancora oggi in un equilibrio danzante le pagine di quel giallo scritto decenni fa, sono la dimostrazione più grande di quanto la letteratura fatta di vita, contaminazioni, virtù e punti bassi, renda immortale non solo l’opera ma anche la realtà che l’ha generato.

 

In fin dei conti la trama del libro di Gadda è semplice e lineare: un furto, un omicidio, nel palazzo degli ori o dei pescicani, un fabbricato immaginario che si trova al civico 236 della via, dove risiede il cosiddetto “generone romano” ovvero quel ceto della piccola borghesia affaristica romana che man mano ha guadagnato posizioni di rilievo costruendo in barba a leggi e regolamenti, trafficando in influenze con la politica e determinando una ricchezza sempre più progressiva che l’ha resa arrogante e meschina.
Da questi delitti inizia un’investigazione che quasi subito disinteressa il lettore sulla scoperta dei colpevoli e invece lo affascina nella disanima dei tratti salienti del coro dei protagonisti che immersi in una pioggia di dialetti, nomignoli e allitterazioni ci strapazzano da un mondo all’altro senza tregua. Come accennato il gruppo sociale di riferimento nell’analisi gaddiana è il “generone romano” che l’autore colloca come centro del racconto in modo innovativo ed imprevedibile visto mai nessuno lo farà dopo di lui. Chi racconterà Roma si concentrerà sul proletariato, sulla nobiltà decaduta, sul ceto impiegatizio ma mai sul “generone” che sarà protagonista secondario anche della pellicola “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola, dove il famelico Aldo Fabrizi incarnerà un costruttore di discendenza popolare, arricchito grazie alla speculazione e edilizia degli anni ‘50.

 

Nel Pasticciaccio nessun protagonista ha una sua specifica redenzione, tutti vivono e sopravvivono intorno al delitto consumato, tutti sono ipotetici colpevoli ma più di aver vissuto una vita di attese, di piccoli imbrogli, di stanchezza che di altro.
C’è però una figura che emerge e rimane unica nel panorama letterario italiano: il commissario Ciccio Ingravallo.
Gadda lo descrive così: “Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla Mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo detto “latino”, benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne.”

 

Questo molisano, profilato molto bene al ribasso, che invoca poca gradevolezza sin dalla prima pagina, è il cantore migliore della complessa lateralità della letteratura gaddiana, complessa e poco agevole ma ricca di dialetti, innovazioni e salti, che collocano Gadda in un empireo costruito su misura per lui, dove ancora oggi nessuno ha accesso.
Con Don Ciccio Ingravallo tra le pagine del libro possiamo girare dentro le peculiarità dei viventi senza avere l’ingombro di una guida che ci mette soggezione, proprio perché il fare investigativo del personaggio è più uno scavo sociologico che criminale: la pietà dei vincitori nei confronti dei vinti e il corollario di anime poco splendenti che incontra sul proprio cammino finiscono per somigliarci tutte non per la cognizione del dolore che sarà cifra altissima di un’altra opera di Gadda, ma per la volontà potentemente espressa di continuare ad occuparsi di niente se non della propria misera sopravvivenza. Anche per questo il Pasticciaccio è disturbante ed utile ed un decennio così complicato come quello che stiamo vivendo appare un viaggio necessario e doloroso da compiere per ritrovare un tratto importante della nostra identità, per assolverci un po’ quando vorremmo fermarci ad osservare il teatro dei personaggi seduti ad un bar.
Carlo Emilio Gadda, prossimo nostro, ci invita ad un viaggio che è un bel pasticcio, ci chiede però di seguirlo, perché dalle sue pagine vivrà sempre l’anima immortale della città migrante, figlia di dialetti diversi e che trova la sua vera summa nella contaminazione. Che a fare tutto questo sia poi un milanese rende tutto ancora più affascinante.

Massimiliano Coccia

Romano classe 1985, vive a Torino. Lavora a «L'Espresso» dove scrive inchieste e reportage su corruzione, mafie ed estrema destra. Ogni mattina alle 7:45 conduce “Quarto potere” la rassegna stampa di storielibere.fm. Insegna alla scuola Holden. Ha lavorato dal 2015 al 2021 per Radio Radicale. Ha vinto il Premio giornalistico "Pietro Di Donato" e il Roma Best Practices Award.

Lettura consigliata
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
Carlo Emilio Gadda
Nel giro di pochi giorni, nel marzo del 1927, un furto di denaro e gioielli ai danni di una svaporata e fantasiosa vedova, la contessa Menegazzi, e poi l'omicidio della ricca, splendida e malinconica Liliana Balducci, sgozzata con ferocia inaudita, incrinano la decorosa quiete di un grigio palazzo abitato da pescecani, in via Merulana, come se una «vampa calda, vorace, avventatasi fuori dall'inferno» l'avesse d'improvviso investito – una vampa di cupidigia e brutale passione. Indaga su entrambi i casi, forse collegati, Francesco Ingravallo, perspicace commissario-filosofo e segreto ammiratore di Liliana: ma la sua livida, rabbiosa determinazione, il suo prodigioso intuito per il «quanto di erotia» che ogni delitto nasconde e le pressioni di chi pretende a ogni costo un colpevole da dare in pasto alla «moltitudine pazza» non basteranno ad aver ragione del disordine e del Male. L'inchiesta sui torbidi misteri del «palazzo dell'Oro» gli concederà, al più, la medesima, lacerante cognizione del dolore di Gonzalo Pirobutirro. Giallo abnorme, temerario, enigmatico, frutto della irresistibile attrazione che su Gadda esercitavano il romanzo e i crimini tenebrosi ma insieme di una tensione conoscitiva che finisce per travolgere ogni possibile plot, il Pasticciaccio è anche il ritratto di una città e di una nazione degradate dalla follia narcisistica del Tiranno, dove si riversa a ondate tumultuose una realtà perturbata e molteplice – e dove, a rappresentarla, sono convocate, in uno sforzo immane, tutte le risorse della nostra lingua, dei dialetti, delle scienze e delle tecniche.