Il gessetto si spezza sulla lavagna e mi viene la pelle d’oca.
La professoressa Miglio non si scompone: è intenta a decifrare il foglio spiegazzato su cui ha scritto la lista di libri che dovremo leggere, e la osservo mentre sceglie con cura quali inserire. Recupera il gessetto e inizia a scrivere il prossimo titolo, poi però si ferma e fissa la lavagna. Ha l’espressione seria, quasi dovesse consegnarci dei codici per sbloccare i segreti dell’universo, e rimango a guardarla mentre scrive e poi cancella.
Lol-
Non faccio in tempo a leggere, che il titolo sparisce con un colpo di cancellino.
«Che libro era, prof?» mi azzardo a domandare.
Lei mi fa un mezzo sorriso, ma non mi risponde e va avanti a scrivere.
A fine lezione ci ritroviamo con una lista di titoli tra cui scegliere, ma io mi sento come se avesse chiuso una finestra prima che possa entrare il vento. Voglio quel libro, il libro proibito.
«Selezionatene almeno tre» la voce della professoressa Miglio sovrasta qualsiasi tentativo di protesta, seguita dal trillo della campanella. Io aspetto che gli altri escano, non ho fretta, e mi avvicino alla cattedra. Il foglio spiegazzato mi rivela quello che stavo cercando.
“Lolita”, V. Nabokov.
Me lo appunto mentalmente, ma la voce della professoressa mi coglie di sorpresa: «Per quello è troppo presto, Bianca. Lo leggeremo al quarto anno».
Sorrido e annuisco, imbarazzata, poi mi defilo.
Il giorno dopo non mi accorgo della fine dell’intervallo, nonostante la campanella suoni così forte da richiamare all’ordine tutti i miei compagni di classe ammassati in giardino.
Io sono rimasta in aula, incapace di staccarmi dal libro che mi sfiora le ginocchia unite sotto il banco, a mo’ di poggia libro. La copertina di Lolita è lucida, e quando la appoggio sulla pelle nuda è così fredda da farmi ricordare dove sono. Poi però bastano due parole di Humbert Humbert che ritorno vittima di questo sortilegio di carta.
Nicolas mi dà uno spintone, sedendosi accanto a me: «Oh, secchiona, la smetti?»
Ricambio con una gomitata ben assestata, ma non gli rispondo nemmeno.
Questo libro è magnetico, non riesco a sganciarmi. Lo sto leggendo piano, però, perché c’è qualcosa nel modo in cui è scritto che mi sembra diverso da tutto quello che ho letto finora. Come se qualcosa mi sfuggisse, e io cercassi in tutti i modi di afferrarlo, ma più vado avanti a leggere e più sento di non esserci ancora arrivata.
La professoressa Miglio entra in aula e fingo di stare attenta per il tempo sufficiente dell’appello, con un sorriso innocente e il libro ben nascosto sotto il banco. Poi riprendo a leggere, rapita.
«Ma di che parla?» mi bisbiglia a un certo punto Nicolas.
«C’è quest’uomo…» dico piano, cercando le parole giuste. «Non è una storia d’amore… o almeno credo». Mi chiedo come raccontarglielo, come descrivergli questo senso di disagio di cui però non riesco a fare a meno. «Lui si chiama Humbert… e parla a queste ninfette».
«Ninfette?» ripete Nicolas, con un mezzo sorriso. «Tipo te?»
Sento le guance infiammarsi, e rispondo subito: «No no, non hai capito».
In realtà ora so che non avevo capito bene nemmeno io, ai tempi, ma già sentivo che quella descrizione era pericolosa, come se cambiasse significato a seconda di chi la pronunciava.
Il silenzio regna attorno a noi, e alzando gli occhi incontro lo sguardo della professoressa Miglio. I suoi occhi si posano sul titolo che ho appoggiato sulle gambe, poi tornano su di me come se mi vedessero davvero per la prima volta.
Nessuna delle due dice nulla. Non ce n’è bisogno.
Ho continuato a leggere tutta la sera, fino all’una di notte.
Il punto di vista di Humbert Humbert a tratti mi disturba, ma quando sento finalmente salire la giusta dose di disprezzo nei suoi confronti ecco che dice di nuovo qualcosa di incantevole, e nel capitolo successivo mi ha già riconquistata.
Mi addormento e sogno una bambina di nemmeno dieci anni che morde una mela.
Il giorno dopo incrocio la professoressa Miglio nel corridoio.
Vorrei evitare di guardarla, perché mi vergogno, ma poi la fisso con tutto il coraggio consentito dai miei quindici anni, e nei suoi occhi non trovo il rimprovero che mi aspetto. Ci sorridiamo appena, complici dello stesso segreto, e vorrei chiederle scusa per aver disobbedito. Non ero pronta a scoprire quello che lei sapeva già: certi libri non ti chiedono il permesso di crescere.
Ho finito Lolita due giorni dopo, senza capirlo davvero, ma con la certezza che io e Humbert ci saremmo reincontrati più avanti – come quelle persone che incontri nel momento sbagliato della tua vita, ma di cui ti innamori lo stesso.
Ho chiuso il libro e sono rimasta a fissarlo a lungo.
Lui era sempre lo stesso, ma io non più.