Specchio dell’anima

Silvia Fornaroli

Frequentavo le elementari quando ancora non esistevano gli smartphone.

Durante l’intervallo, i miei compagni di classe si immergevano nelle pagine del dizionario che la scuola metteva a disposizione.

Che buon lavoro stiamo facendo, pensava forse la nostra maestra. 

La verità, però, si perdeva nelle loro dita anarchiche. Seguendo l’ordine alfabetico, quasi subito partiva un coro di risate, rese ancor più isteriche dal segreto che li univa. Se la sessione di studio era ancora alle prime fasi, si poteva azzardare che, giunti alla lettera C, si fossero appena imbattuti nella definizione di ‘culo’. Non avevamo nemmeno dieci anni e già era chiara la fascinazione, non solo letteraria, che quella forma così evocativa era in grado di esercitare.

 

Ero ormai un’adolescente quando, circondata da nuovi amici, mi trovavo nella capitale ceca per la gita scolastica di fine liceo. Nel televisore della stanza che io e la mia compagna condividevamo, un giovane Ewan McGregor in preda a una crisi d’astinenza estraeva pillole dal peggior bagno della Scozia.

Il film non aveva sottotitoli, ma ravanare a mani nude in un cesso mi sembrava una metafora perfetta di quello che stavo vivendo. Era l’anno in cui Britney si era rasata i capelli dopo il suo crollo emotivo; Lindsay era stata arrestata per possesso di droghe; e io sospettavo che il mio ragazzo – che ora mi aspettava giù dall’albergo – progettasse di lasciarmi, perché non mi decidevo a perdere la verginità con lui.

 

I nostri incontri erano andati avanti per tutto l’anno approfittando dei cambi dell’ora. Lui scendeva di corsa dal piano superiore e mi raggiungeva dietro l’angolo che portava alla palestra. 

«Tra poco ho una verifica sulla Filosofia del boudoir e non mi ricordo niente» gli avevo confidato un martedì mattina, qualche settimana prima del viaggio.

“Te le spiego io, se vuoi… le perversioni del marchese de Sade…” mi aveva risposto lui, mentre si abbassava per baciarmi il collo.

“Tu, al massimo, me le mostreresti” gli avevo detto io ridendo.

Era suonata la campanella e lui si era staccato. “Sono un po’ stufo di parlare, in effetti… Quando saremo a Praga, non avrai più scuse.”

Mi aveva fatto l’occhiolino ed era tornato in classe.

La verifica, alla fine, era andata male davvero e, tornata dalla gita, avrei dovuto consegnare un piccolo saggio su un tema a scelta. Prima della partenza, avevo frugato in biblioteca in cerca di idee. In bilico tra attrazione e autocensura, ero inciampata in un titolo in grado di turbare gli animi dei miei compagni più pudici.

In culo oggi no, tuonava la copertina sullo scaffale. Rassicurante come un giubbotto antiproiettile, mi sembrava esattamente quello di cui avevo bisogno.

 

“Lo stai proprio studiando, quel libro…” disse la mia compagna, riportandomi alla realtà della nostra stanza d’albergo. “Leggings o gonna corta?” Si girò di spalle e, guardandosi allo specchio, inarcò la schiena. “Cosa lo valorizza di più?”

“Tenerlo coperto?” suggerii io mentre, ancora in accappatoio, non smettevo di sottolineare frasi. 

Era la nostra ultima sera prima di tornare in Italia e avrebbe dovuto essere speciale. Le mie amiche dicevano che l’importante, la prima volta, era farlo con uno di cui ti fidavi. Che avevi tutta la vita per innamorarti e per essere ricambiata.

“Ti conviene muoverti, comunque” sbuffò la mia compagna. “Lui non aspetterà per sempre.”

 

Un paio d’ore dopo, avevamo girato per le strade della Città Vecchia fino ad arrivare al Darling Cabaret, uno dei tanti locali a luci rosse della zona. All’interno, la musica alta copriva il resto dei suoni e le parole si confondevano con i fischi rivolti alle ballerine.

Una di loro, bionda e con un completo di vernice rossa, si mise a gattonare in direzione del nostro divanetto. Estrassi una banconota dal portafoglio e la sventolai, per mimare un gesto che avevo visto fare in decine di film di quart’ordine.

Il mio ragazzo notò il libro che sbucava dalla mia borsa e fece un cenno, indicandolo perplesso.

“Dovresti dargli un’occhiata” dissi mentre infilavo la banconota nel reggiseno della ragazza. “Ti guarderei a tratti il volto e a tratti i pantaloni, confidando che gli effetti della lettura si manifestino visibilmente su entrambi” aggiunsi citando a memoria una delle frasi che avevo sottolineato.

“Cosaaa?” 

Non capivo se fosse sorpreso dalla mia insolita audacia, o se stesse urlando solo per sovrastare i rumori, così gli sorrisi ma non risposi.

Finita l’ennesima birra, mi passò un braccio intorno alla vita e, accostandosi al mio orecchio, propose di tornare da soli. Il resto del gruppo, ipnotizzato, continuava a guardare lo spettacolo della bionda che, a questo punto, aveva cominciato a spogliarsi.

 

Percorremmo le vie a ritroso, dove le insegne dei club e le musiche si susseguivano. Buttai lì qualche commento su come la filosofia, a Praga, fosse nata tanto nei bar, quanto tra le lenzuola, ma il mio ragazzo non sembrava ascoltare.

Raggiunta la camera, lui spense la luce e accese un abat-jour. Io mi tolsi le scarpe e appoggiai la borsa sul comodino. Intravidi il libro che sporgeva; ‘Una grande dichiarazione d’amore’, si leggeva sul retro.

Il mio ragazzo si accostò al letto e mi invitò ad avvicinarmi.

Mi tornarono in mente le parole delle mie amiche. Da giovani si fa sesso, ripetevano in coro nella mia testa. L’amore arriva dopo.

“È tutta la sera che vorrei dirtelo…” sussurrò lui tirandomi a sé. “Non vedevo l’ora di toglierteli” ansimò mentre con le mani scendeva, fino a insinuarsi nelle tasche posteriori dei miei jeans.

Strinsi le sue mani, ma poi lo lasciai fare, forse illudendomi che anche quella strada avrebbe portato al cuore.

 

 

* Questo racconto è stato scritto e selezionato tra maggio e giugno 2022 per la Rivista La città dei lettori durante il corso Scrivere un racconto curato da Luca Ricci e promosso da Fenysia – Scuola di linguaggi della cultura

Silvia Fornaroli

Nasce a Magenta (Milano) nel 1989. Appassionata di scrittura e con un interesse attivo nei diritti umani, ha collaborato con le riviste KurdishQuestion, The Region e Modern Diplomacy, occupandosi in particolare di donne e questione curda. Alcuni suoi racconti brevi, invece, sono apparsi sui lit-blog La Nuova Carne, Split, Sulla quarta corda e In fuga dalla bocciofila.

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Jana Černá
"Le fiche si cuciono su misura, e al sarto gli si dice, Mi ci metta una fodera di seta, e non metta bottoni, Tanto la porterò slacciata, Si cuciono quindi così, come la biancheria da uomo". Se nei versi di Jana Cerná l'erotismo è lieve e scanzonato, nella lettera all'amante si arriva a toni pornografici tali da lasciar a bocca aperta anche i lettori più spregiudicati. Ciò che stupisce poi è come questa prosa pornografica sia così bene amalgamata con le riflessioni filosofiche ed esistenziali della stessa autrice.