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Sul sentiero del Mago Berlaxi

By 23 Ottobre 2021 8 Marzo, 2022 No Comments

Sul sentiero del Mago Berlaxi

Caterina Orsenigo

Eravamo partiti intorno alle dieci del mattino perché in casa nostra l’idea di alzarsi presto per una gita in montagna, per quanto lunga potesse essere, non era mai stata presa in considerazione. Eravamo in Engadina. La funivia ci portava sul Corvatch, da lì in poche ore di camminata si arrivava al rifugio. E così prima dell’una ci eravamo seduti soddisfatti su un masso non lontano dal rifugio e proprio sotto la cima che dovevamo raggiungere, a pranzare al sole con panini al prosciutto e qualche scatoletta di Simmenthal, che nel nostro immaginario era la quintessenza delle passeggiate in montagna.

 

In montagna mio padre mi aveva sempre guidato tirandomi dietro di lui, come con una corda, a suon di fiabe – fiabe che inventava lui stesso e che parlavano a loro volta di bambini che camminavano verso montagne incantante e quelle montagne erano abitate da maghi oscuri con nomi evocativi come Berlaxi, che era una crasi fra Berlusconi e Craxi ed era molto cattivo. C’erano anche storie di orsi con nomi come Dinorsi, Amatorsi, Dalemorsi e parlavano di politica ed economia, ma quelle fiabe erano per la pianura. Mentre le fiabe del Mago Berlaxi erano possibili solo lassù, oltre i due mila metri.

 

Ora ero più grande e al posto delle fiabe c’erano lunghi discorsi e molte domande. Ascoltavo chiedevo discutevo e mi divertivo e mi piaceva moltissimo.
Quel giorno avevamo chiacchierato molto durante il primo tratto di passeggiata e ora mangiavamo allegri.

 

A vederla da sotto, la cima sembrava vicinissima: un sentiero di rocce grigio scuro, ci si sarebbe dovuti piegare e aiutare con le mani, arrampicandosi un po’. Meno di mezz’ora e saremmo stati su, dissi io. Mio padre rispose di non esagerare.
Ovviamente ci volle molto di più prima che riuscissimo a sederci a cavalcioni sulla cima e a mangiare un pezzo di cioccolato guardando dall’altra parte, ma non ci facemmo molto caso.

Il mondo da lassù è bellissimo, non c’è che dire. Sembra di guardar giù da un racconto di Borges, è tutto così alto limpido e puro che vengono le vertigini. Forse fu per quello che scendere si rivelò così complicato. Era già primo pomeriggio. Camminando per alcune centinaia di metri, sembrava, saremmo arrivati a un lago, e da lì la strada per la Val di Fex sarebbe stata semplice.
Mio padre era certo di ricordarsela.

 

La prima parte della discesa fu difficilissima. Non c’era un sentiero, il terreno era friabile, si scivolava, le rocce a cui attaccarsi non erano poi così stabili, si doveva procedere in diagonale. Ci si poteva fare male, e questo rendeva tutto un po’ spaventoso e molto eccitante.
Alla fine della difficilissima discesa, scoprimmo che la vista ci aveva ingannati: il lago che avremmo dovuto raggiungere era diverse centinaia di metri a strapiombo sotto di noi. Nessuna via che conducesse laggiù. Seguimmo un sentiero che non saliva né scendeva ma procedeva in piano verso una macchia di conifere verde scuro. Fui presa da un mal di testa accecante, come poi mi successe solo molti anni dopo a quattromila metri in Argentina, davanti alle cime variopinte dell’Hornocal. Ci eravamo persi. Immagino che mio padre si stesse maledicendo ma sospetto che la situazione divertisse anche lui. Erano le sei del pomeriggio, dovevamo raggiungere la Val di Fex da cui in un’altra oretta saremmo arrivati a casa, a Sils Maria, ma eravamo ancora diverse centinaia di metri più su, il sentiero scendeva di pochissimo, i telefoni non prendevano e cominciava a fare buio.

 

Ci rifugiammo nelle parole e in lunghi discorsi, che mi avrebbero ricordato più Settembrini che Naphta, se avessi già conosciuto allora La montagna incantata, e le ore passarono mentre la luce calava senza quasi che ce ne accorgessimo, come se lassù – e per tutta quella giornata – il tempo passasse in modo diverso da come passa in pianura.

 

Quando intorno alle dieci di sera ci trovammo finalmente a camminare sull’asfalto della strada che dalla Val di Fex avrebbe portato a Sils, il mal di testa se n’era andato. Incontrammo una macchina che mia madre, che non aveva nostre notizie da quel mattino e aspettava mio padre ore prima per una cena da amici, aveva mandato a cercarci. Quando quella minuscola avventura ebbe fine mi dispiacque moltissimo: in fondo ero convinta, a quel punto che avremmo incontrato i due bambini delle fiabe di quando ero piccola e ci saremmo avvicinati alla montagna del Mago Berlaxi.

Caterina Orsenigo

È laureata in filosofia a Milano e in letterature comparate a Parigi. Vive da qualche anno a Firenze e lavora da freelance nel mondo dell'editoria. Scrive su Minima&moralia, Gli Stati Generali e Doppiozero, e con l'associazione piedipagina organizza passeggiate letterarie a Milano. Da poco ha fondato la rivista online Hook Literary Magazine. Quando può, viaggia lentamente e a lungo. Si interessa di letteratura, di teatro, più di visioni del mondo che di politica.

Lettura consigliata
La montagna incantata
Thomas Mann
«La montagna incantata è un fedele,complesso, esauriente ritratto della civiltà occidentale dei primi decenni del Novecento e, nella sua incantata fusione di prosa e poesia, di vastità scientifica e di arte raffinata, è il libro, forse, più grandioso che sia stato scritto nella prima metà del secolo.» Con queste parole, un entusiasta Ervino Pocar concludeva l’introduzione all’edizione della Montagna incantata da lui tradotta nel 1965 e salutata come esemplare e capace di trasmettere appieno lo stile e lo spirito dell’opera che da allora ha fatto conoscere e apprezzare ai lettori italiani questo Bildungsroman straordinariamente complesso ambientato in un sanatorio svizzero, il celebre Berghof di Davos. Quando il protagonista, il giovane Hans Castorp, vi arriva, è il tipico tedesco settentrionale, un solido e rispettabile borghese; ha però le sue curiosità spirituali ed è intellettualmente aperto all’avventura. A contatto con il microcosmo del sanatorio, vero e proprio panorama di tutte le correnti di pensiero dell’epoca, il suo carattere subisce un’evoluzione e un incremento: passa attraverso la malattia, l’amore, il razionalismo e la gioia di vivere, il pessimismo irrazionale, senza che nessuna di queste posizioni lo converta. Ma in mezzo a tante forze contrastanti, Castorp trova il proprio equilibrio. In questo mondo dove il tempo si dissolve e il ritmo narrativo si snoda in sequenze di ore, giorni, mesi e anni resi tutti indistinti dalla routine quotidiana, egli può liberamente crescere. Paradossalmente (l’umorismo di Mann), dopo essere stato convertito alla vita Castorp tornerà alla pianura per perdersi nell’inutile strage della «grande» guerra.