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Tra ruderi e buche

By 10 Febbraio 2020 22 Febbraio, 2020 No Comments

Tra ruderi e buche

Susanna Tartaro

Vivo tra ruderi e buche. Ogni giorno attraverso Roma, a piedi o in motorino non importa, e ogni strada mi rammenta dove sono e chi sono, ogni colonna mi geolocalizza, ogni pietra miliare tra le erbacce indica il mio passaggio qui; ma non sono io il punto, a turbarmi è chi c’era prima di me, e non intendo mio padre o mio nonno, ma molto, molto prima. E’ il mio rovello, lo ammetto, e nelle passeggiate assillo chi mi accompagna. Una statua mutilata poggiata sul cippo, chi l’ammirava, lo sai tu? La fontana ricavata da un’antica vasca di porfido, chi dissetava? Un capitello incastonato nell’intonaco di una facciata, chi l’ha scolpito e quando, e le mani che hanno lavorato quel pezzo di travertino, perché sono state mani di muscoli e peluria come le tue e le mie a renderlo da grezzo a opera d’arte, la foglia d’acanto sbalzata non sembra viva anche a te, chi accarezzavano? Il rovello mi accompagna dappertutto, non mi molla, mi segue fino in periferia. Torpignattara si chiama così perché nel mausoleo di Elena sono ancora visibili le anfore in terracotta, dette volgarmente “pignatte” da cui il toponimo Torre delle pignatte. E Tor Tre Teste per quella stele funeraria ritrovata, chi eravate, tre fratelli oppure due figli con la madre, e  perché poi velata? Avete sofferto prima di morire, eravate malati? Esploratrice piena di angustia raggiungo zone lontane, perse oltre l’orizzonte, come l’Eur o la Magliana coi suoi ponti imperiali sopravvissuti. 
 

Tratti di antiche mura premono dai moderni edifici che li hanno inglobati, a volte per opera di architetti illuminati, a volte per la speculazione edilizia. Affiorano carsici, si affacciano, spariscono e mi avvisano: sei qui! stai passando col tuo motorino sotto le alte campate di un acquedotto! adesso ti trovi nei pressi di una fortificazione, ne vedi o no i resti? Nel cortile di un palazzo signorile un sarcofago divenuto fioriera offre al giardino interno un tocco esotico, cosmogonico. I rari inquilini rientrano frettolosi in case minimal mentre in raccoglimento mi trattengo al cospetto del sepolcro di begonie, offro la mia inquietudine come fosse un voto, prego le spoglie di un individuo divenuto arredo. Chi eri? Un giorno faranno così anche con me?   
 

La Stazione Termini conserva al suo interno massicci brandelli di mura, l’Auditorium ne protegge altri, sbucati a sorpresa mentre trivellavano. 
 

Ho saputo che un nuovo grande magazzino ha dovuto procrastinare l’apertura a causa del ritrovamento di una domus romana durante i lavori di costruzione del piano “articoli per la casa”. Non devo comprare nulla, mi ci reco apposta. La scala mobile scende sotto il livello stradale e mi ritrovo in una di quelle monografie televisive, quando Piero Angela chiacchiera con un antico romano e il Foro si completa via via in 3D e le colonne nascono dalla terra, una dopo l’altra, e le strade si delineano in tracciati chiari e i templi si ergono veloci sopra collinette sacre che arriverebbero, se ho capito bene, all’incirca al secondo piano, quello della profumeria.
 

È finita così, sono le infrastrutture a proteggere le antiche vestigia, più di quanto possano decreti o archeologi. Roma salva se stessa con gli strumenti che conosce, un po’ di burocrazia a rallentare, un po’ di incuria a nascondere, qualche abuso a preservare, e con l’atteggiamento di chi la popola, vecchi gladiatori pronti a tutto e un po’ suonati. Penso a questo mentre la metropolitana schiva reperti, tombe, insulae e tabernae, scorre su vite passate e sotto la mia. Ancora il rovello: quanti desideri, quanti amori? Qui e qui, c’era una strada, un’abitazione? E come si chiamava il suo inquilino, cosa sognava? Testina effigiata con cura, i capelli divisi in ciocche e ricciolo ribelle, cosa amavi fare e con chi?
 

Quando ho scoperto l’Antologia Palatina sono stata meglio. 
 

È un libro in cui sono incappata per caso, non ricordo come, so solo che ormai mi appartiene come i paesaggi che ho appena descritto e, come quei panorami, mi è lontana e vicina. Si tratta di componimenti di autori vari, cristiani e pagani. Molti sono epigrammi del poeta Meleagro di Gadara, sono presenti versi di Callimaco, di Leonida di Taranto, di Simonide e uno di Apollonio Rodio. Raccoglie un buon numero di poeti anonimi (anche voi, come mai vi chiamavate?) che trattano dei più diversi argomenti, amorosi, scabrosi, gioiosi, funebri. L’intrattenimento si alterna alla riflessione, come nella vita. 

 

Fu mio marito Fruri che in dono mi eresse la tomba,

degna corona della mia pietà.

Lascio in casa un coro glorioso di figli: la prova

della mia vita onesta è tutta qui.

Muoio monogama, in dieci viventi superstite: colsi

nuziale frutto di fecondità.
 

(poeta greco anonimo, epigramma 331, libro VII)

 

Mi colpisce ogni volta la stessa cosa: la sovrapponibilità dei sentimenti tra noi e gli antichi. Possibile che questo vedovo di nome Fruri soffrisse come soffre il signor Franco della scala A? E che sopra una casa lontana secoli, dagli arazzi affrescati e peristilio con fontana gorgogliante, sia calata una cappa di dolore uguale a quella che avvolge l’appartamento del terzo piano? Vite oneste e disoneste, fatte di quotidianità, di gesti affettuosi e abitudini, di pieghette sulla fronte quando si sorride e di piatti preferiti, siamo questo. Siamo umani calati nella stessa storia, le tensioni e le fragilità si ripetono silenziose nei secoli. 

 

Via quella maglia di rete, civetta! Non muovere l’anca

con quei volteggi studiati, Lisìdice.

No, non ti fascia di pieghe quel diafano peplo, ma tutta la nudità si vede e non si vede.

Questo ti pare carino? Benissimo! Anch’io ce l’ho ritto,

e in un bisso leggero lo ravvolgo
 

(Marco Argentario, poeta romano, seconda metà I sec. a.C. –  ca. 40 d.C.)

 

L’Antologia Palatina mi turba, e non certo per il carattere licenzioso di alcuni epigrammi, tutt’altro, la libertà di quei sentimenti è un respiro d’ossigeno. Mentre la sfoglio scorrono brevissime descrizioni fisiche e micro vedute, odo lamenti funebri e prese in giro. Io amo quelle dichiarazioni d’amore eterno di centinaia di secoli fa. Mi ripeto: vedi Susanna, noi siamo quelli, quelli sono noi. In poche righe rivive una vita intera, nelle sue zone d’ombra o di luce. E ogni volta che leggo quei versi, tra ruderi e buche rivivo anch’io.

Susanna Tartaro

È nata a Roma e lavora a Radio3 come responsabile dei programmi culturali. È alla cura di Fahrenheit, il “programma di libri e idee”, e autrice dei podcast Gettoni di Poesia. Ha scritto Haiku e saké. In viaggio con Santōka (2016) e Ascoltatori. Le vite di chi ama la radio (2019) per ADD Editore. Nel suo blog DailyHaiku propone la notizia del giorno commentata da una poesia e una foto.

Lettura consigliata
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a cura di Giudo Davico Bonino
Dopo la fortunata serie dei Lunari, una nuova antologia di poesia d'amore tratta dall'imponente corpus (sedici libri) dell'Antologia Palatina. Un modo per riproporre in forma agile, attraverso un tema tanto universale, la piú importante silloge poetica del mondo antico.