Prezzolini preferisce i caffè ai luoghi di studio. Dice che il pensiero, per non irrigidirsi, ha bisogno di essere disturbato. Ci si incontra così, a un tavolino vicino alla finestra, mentre il pomeriggio scorre con un’andatura irregolare e la conversazione degli altri clienti entra ed esce dal discorso senza chiedere permesso. Faville di un ribelle è sul tavolo, accanto a una tazzina vuota e a un giornale piegato con poca cura. Non è disposto come un libro da presentare, ma come qualcosa che continua a lavorare.
Il volume sembra adattarsi bene a questo spazio non protetto. Non chiede raccoglimento, non reclama attenzione esclusiva. Le frasi brevi, talvolta spigolose, sembrano scritte per resistere al rumore più che per evitarlo. È in questo contesto, lontano da ogni solennità, che il dialogo prende forma.
Missinflorence: Faville di un ribelle nasce da appunti privati, senza un progetto unitario. Eppure, nella loro frammentarietà, queste pagine restituiscono un’immagine sorprendentemente coerente del suo pensiero giovanile. Dove riconosce, oggi, questa coerenza?
Giuseppe Prezzolini: La coerenza non sta nell’ordine, ma nella resistenza. Scrivevo perché qualcosa non mi convinceva. Ogni nota è una reazione. Se la reazione è costante, il pensiero finisce per avere una fisionomia, anche senza volerla.
Il libro non procede: scatta. Ogni frammento sembra interrompere il precedente, come se rifiutasse la continuità.
Missinflorence: Il frammento appare qui non come scelta formale, ma come necessità. È anche un rifiuto implicito del sistema?
Prezzolini: I sistemi promettono più di quanto mantengano. Ordinano il pensiero, ma spesso lo addormentano. Il frammento, invece, resta sveglio. Dice solo ciò che può dire in quel momento. È una forma più onesta, perché non finge completezza.
Il titolo insiste sulla parola “ribelle”, ma senza enfasi. Nessuna posa, nessuna dichiarazione programmatica.
Missinflorence: In che senso questo libro può dirsi “ribelle”?
Prezzolini: Perché non si adatta. Non alle idee dominanti, non alle forme riconosciute, non al bisogno di conclusione. La ribellione non è un gesto rumoroso: è una vigilanza continua. Chi pensa senza vigilare finisce per ripetere.
Tra i frammenti si alternano osservazioni sull’uomo, sulla famiglia, sulla società, sull’arte. La varietà non diventa dispersione.
Missinflorence: Questa pluralità di temi sembra rispondere a un criterio preciso, pur non dichiarato.
Prezzolini: Il criterio è l’esperienza. Io non separo la vita dalle idee. La famiglia, la cultura, la società sono luoghi in cui l’uomo si mostra. Cambia l’oggetto, non lo sguardo. Le gerarchie arrivano dopo, e spesso fanno danni.
Molti di questi appunti precedono esperienze che segneranno profondamente il suo percorso intellettuale pubblico.
Missinflorence: Possiamo leggere Faville di un ribelle come un testo di formazione?
Prezzolini: Sì, ma senza retorica. Qui non c’è un modello da seguire. C’è un pensiero che si esercita, che si contraddice, che si corregge. La formazione, se è vera, passa anche dall’errore.
La pubblicazione arriva a grande distanza dalla scrittura. Questo scarto modifica il rapporto con il testo.
Missinflorence: Che cosa comporta, per il lettore di oggi, questa distanza?
Prezzolini: Impedisce l’equivoco dell’autorità. Nessuno deve prendere queste pagine come verità definitive. Sono appunti di lavoro, non conclusioni. E proprio per questo restano utili.
Il caffè intorno continua a muoversi. Qualcuno si alza, qualcun altro prende posto. Il libro resta lì, aperto a metà.
Missinflorence: Che tipo di lettura richiede Faville di un ribelle?
Prezzolini: Una lettura che non cerchi conforto. Ogni frammento è una sollecitazione, non una risposta. È un libro che disturba. Se non disturba, non serve.
Il dialogo si chiude senza una vera conclusione. Come il libro, anche l’incontro resta aperto: non un sistema, ma una pratica del pensiero. E forse è proprio questa irrequietezza controllata a rendere Faville di un ribelle ancora leggibile, ancora attuale.