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Un ultimo sguardo

By 16 Febbraio 2020 16 Luglio, 2020 No Comments

Un ultimo sguardo

Cristina Marconi

Non c’è niente che mi possa far pensare alla Brexit in questo momento: il fatto è avvenuto, i muscoli sono stanchi. È normale, visto che per quasi quattro anni non si è parlato di altro e ai miei occhi tutto prima o poi è sembrato alludere allo stato in cui era piombato il paese. Una situazione orwelliana, kafkiana, beckettiana, ma anche shakespeariana e pure un po’ conradiana a dirla tutta. In questi anni il suffisso -exit lo abbiamo usato tutte le sante volte in cui qualcuno è partito, abbiamo riso su ‘to brexit’, neologismo perfetto per parlare degli indecisi, di chi resta sulla soglia, di chi è drastico negli annunci e inconcludente nella sostanza. Abbiamo ironizzato sui primi ministri molto rigidi o molto carnevaleschi, sulle gaffes, sugli scenari apocalittici che ogni volta ci venivano presentati, così ricorrenti e così ignorati da diventare col tempo innocui come un vecchio pupazzo a molla.

Poi un giorno è successo e il Regno Unito è uscito dall’Unione europea. L’Unito e l’Unione si sono disuniti. E siccome è difficile misurare i fenomeni storici quando si è nel bel mezzo, assordati dal vociare degli editoriali, delle polemiche e dei social, noi di Londra abbiamo deciso di giocare ai piccoli britannici e ci siamo fatti prendere da una malinconia muta, privata. Volgari gli isterismi, prematuri i bilanci e decisamente poco sportive le critiche alla squadra vincitrice: ci siamo adeguati, siamo stati zitti. Il famoso neologismo non l’ha più pronunciato nessuno e quando Meghan Markle è andata in Canada portandosi dietro il suo principe, abbiamo guardato con sufficienza supplichevole i tanti che hanno rispolverato il solito gioco di parole per descriverne le gesta. Non siamo in vena di battute, siamo troppo impegnati a ragionare e a guardare lei, Londra, la grande città, alla ricerca di eventuali cambiamenti, che sia l’insorgere di una crepa, l’allungarsi di una ragnatela o magari il timido schiudersi di una qualche avanguardia, consapevoli che non si invecchia né si cresce mai tutt’a un tratto, e comunque certo non il giorno del compleanno. Ma poiché stiamo vivendo el siglo de oro della superficialità, chiunque abbia cercato di dare una forma scritta e letteraria alle riflessioni sul futuro è stato subito neutralizzato da un neologismo ancora più cacofonico e semplicistico, Brex-lit. Come la chick-lit ma senza i tacchi a spillo e il lieto finale.

 

Succede, e lo sappiamo, che le città muoiano, si spengano, perdano la magia che per un periodo più o meno lungo aveva fatto ruotare il globo tutto intorno a loro. Ma sono città lontane, di mondi distanti, cadute sotto il peso di qualcosa di remoto come una guerra, una pestilenza o un’invasione. Nulla che possa succedere a Londra, così scintillante, ricca e ambita. Certo, i giornali scrivevano che i britannici non amano più la loro capitale, la trovano distante, irriconoscibile, cara, sporca, multietnica, spiazzante. Meglio la verdeggiante, incorrotta provincia, vincitrice morale del referendum del 2016, trionfatrice culturale degli ultimi anni e vera anima della decisione di ripiegare il paese come un origami.

 

Il Middlesex è una regione del sud dell’Inghilterra, a nord ovest del Tamigi. Nei secoli è stata quasi interamente ricoperta dall’espansione di Londra, classica campagna che si è fatta città. Il nome deriva da ‘Middle Saxon’, ma non stupisce che Jeffrey Eugenides l’abbia ritenuto un titolo perfetto per quel suo strepitoso romanzo del 2002, storia di esistenze in bilico e soprattutto di un’anatomia in bilico, quella di Calliope/Cal, che sembrava bambina alla nascita e invece è uno pseudoermafrodito. Middlesex parla anche di emigrati, di gente che non può tornare da dove è venuta perché quel posto non esiste più, delle partenze vecchio stampo di gente che una volta imbarcatasi non ha più guardato indietro. E nella prima parte racconta anche la caduta di una città di cui oggi sappiamo a malapena dove si trovi, ma che un tempo si sentiva, guarda un po’, al centro del mondo. Smirne, «la città che nel 1922 sarebbe scomparsa una volta per tutte», scrive Eugenides.

 

Ovviamente Smirne non è scomparsa: oggi si chiama Izmir ed è attraversata da palazzoni impersonali che non rendono giustizia né alla gloria passata della città né allo splendore naturale dei luoghi, tra le colline e il mare molto blu tipico di quella parte della Turchia. La conosco di sfuggita per esserci arrivata una notte in macchina. Era una delle tappe finali del mio ultimo viaggio giovanile di lingue parlate male, sandali consumati e alberghetti a cui non dare un secondo sguardo. Delle ragazze argentine, amiche di amici irlandesi di Bruxelles e conosciute a Madrid, erano partite a bordo di una vecchia Renault Espace e, dalla Spagna, mi erano venute a prendere a Mestre. Dopo una Lubiana di marzapane avevamo attraversato i Balcani fino ad arrivare a Sofia nel cuore della notte, ripartendo subito dopo per Istanbul, dove dopo qualche giorno di passeggiate, concerti jazz e serate lungo l’acqua, ci eravamo dirette verso sud, attraverso lo stretto dei Dardanelli. Da lì avevamo visitato le rovine di Troia, avevamo mangiato pesce a Ayvalik, con l’isola di Lesbo così vicina che sembrava di poterla toccare, e avevamo passeggiato scalze per Pergamo e per Efeso. Poi, ci eravamo perse per le strade di Izmir, di notte. La città era sterminata e aveva la modernità stanca del cemento armato, ma in una calda sera d’estate la dolcezza di un luogo dove le persone amano scendere in strada e parlarsi era tangibile. E questo, per chi vive a nord, significa molto.

 

La mattina dopo, dal traghetto che stava portando noi e la Renault Espace a Chios, abbiamo visto Izmir allontanarsi, grossa e opaca, ormai all’apparenza più conglomerato che città. In Middlesex, quando Lefty e Desdemona, i nonni del protagonista, fuggono dalla città in fiamme dopo l’arrivo dei turchi del 1922, sul ponte di una nave un passeggero dice all’altro, parlando di Smirne: «Lei lo sa come l’ha definita Strabone, vero? La più bella città dell’Asia. Erano i tempi di Augusto. Esiste da allora. La guardi, Phillips, la guardi bene ancora una volta». Quand’è che bisogna dare un ultimo sguardo a un posto per ricordare com’era? Se una città è avvolta dalle fiamme, è evidente che bisogna sbrigarsi. Ma se invece si sta chiudendo, cosa bisogna fotografare per non dimenticarla mai?

 

Mr Eugenides, il Mercante di Smirne, 

Malraso, con una tasca piena di passolina…

Cif London: documenti a vista, 

Mi invitò in francese demotico

A colazione al Cannon Street Hotel 

Seguita da un weekend al Metropol 

 

Questi versi in cui «è contenuta tutta Smirne», secondo l’autore di Middlesex, vengono da La terra desolata di TS Eliot, lo stesso che aveva parlato di Londra come di una «Unreal City», «Città irreale», definizione che notoriamente mi ha colpito molto. Ma questa è un’altra storia.

Eugenides, non il mercante di cui parla Eliot bensì sempre il nostro scrittore, osserva: «Ricco il mercante, ricca la città. Lui fa una proposta allettante, e Smirne era allettante, la più cosmopolita delle città del Vicino Oriente». Erano queste pagine, e non quelle di qualche saggio destinato ad invecchiare in un giorno, che senza che me ne rendessi conto mi stavano ossessionando dopo il referendum del 2016: non ci ho mai visto nessun legame evidente con la situazione britannica, ma solo la piana enunciazione di un possibile destino, remoto quanto impossibile da escludere del tutto. Ma se il cosmopolitismo va e viene, certi tratti di un luogo sono duri a morire. «Non ti far ingannare dall’estetica, Izmir è uno dei posti più belli del paese, una città liberale, progressista, dinamica, aperta», mi spiega un’amica greca che vive da anni in Turchia. «Con quel sole e quella posizione si vive bene, fidati». La sua voce mi rassicura. L’anima di un luogo resta, anche se Londra è così reattiva e rivolta al futuro che è da pazzi pensare che resterà impermeabile al neologismo politico che le hanno imposto. Paradiso dei timidi e degli intrepidi – le due cose vanno più spesso insieme di quanto si pensi – è proprio per la sua capacità di mutare che l’abbiamo amata in tanti, Londra. Per questo, senza pessimismi, bisogna darle un ultimo sguardo prima che cambi pelle.

Cristina Marconi

Vive dal 2011 a Londra, da dove scrive per «Il Messaggero», «Il Foglio» Il Foglio e altre testate. Laureata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa, insegna scrittura alla scuola Belleville. Con Città irreale (Ponte alle Grazie) è stata nella dozzina del Premio Strega, ha vinto il Premio Rapallo Opera Prima e il Premio Severino Cesari.

Lettura consigliata
Middlesex
Jeffrey Eugenides
A raccontarci una ben strana vicenda, con una voce avvolgente che si impone fin dalle prime righe, è Calliope Stephanides, una rara specie di ermafrodito che ha vissuto i primi anni della sua vita come bambina, per poi scoprire la sua doppia natura. Responsabile della sua “eccentricità biologica” è un gene misterioso che attraversa come una colpa tre generazioni della sua famiglia e che ora si manifesta nel suo corpo. Inizia così l’odissea di Callie, un viaggio che ci proietta nei sogni e nei segreti della famiglia Stephanides, tra furbi imprenditori e ciarlatani, sagge donne di casa e improbabili leader religiosi, in un alternarsi di nascite, matrimoni, scandali e segreti che dalla Turchia degli anni in cui crolla l’Impero Ottomano si trasferisce nell’America del Proibizionismo e della guerra, dei conflitti razziali e della controcultura, del Vietnam e del Watergate. L’odissea di un’adolescenza in cui si mescolano e si oppongono il senso di un destino, di un’eredità familiare, e la volontà di essere artefice di se stessi, per dare voce ai propri desideri, alla propria sessualità e ai propri sentimenti.