Ne prendo due, aveva detto la prima volta. Non si sa mai.
La seconda volta ne aveva presi dodici. Potrebbero servirmi.
La terza, aveva ordinato la scatola intera.
Potrei regalarli.
Torneranno di moda.
Potrei metterci un mazzetto di fiori.
Per quando dimagrirò.
Così non aveva mai buttato il bicchiere scheggiato. Aveva piegato nel cassetto le gonne che metteva il sabato sera, quando andava al liceo. E poi: le scarpe di sua madre, le presine all’uncinetto, i coperchi spaiati delle pentole, le risme di fogli ingialliti, i pettini senza denti.
Qualsiasi cosa poteva avere una utilità. Domani o fra sette anni.
Ora che la casa era vuota, poteva disporre del tavolino del salotto, che nessuno usava più. Nessuno usava più né il tavolino né il salotto. Gli oggetti occupavano lo spazio senza cercare una forma. Si appoggiavano alle copertine dei libri, ai barattoli non allineati, alle ginocchia sbucciate, ai cestini di fiori di plastica, alle piastrelle con motivi geometrici. Sulla parete accanto alla porta, la collezione di monete in ventiquattro quadretti identici, con la cornice dorata.
Dimenticò cosa contenesse la credenza in legno massello:
51 bomboniere
16 album di foto
20 raccoglitori di bollette pagate
13 elenchi telefonici
3 contenitori di decorazioni natalizie
157 lampadine
2 mazzi di carte del mercante in fiera
1 tombola
Accostò le persiane, quando le scatole impilate raggiunsero il davanzale della finestra. Spense la luce. Chiuse la porta quando non riuscì più a distinguere le mattonelle del pavimento. Le cose restavano lì dove erano state lasciate.
Ora che la cucina era silenziosa, alzava il volume della televisione. Restava sulla sedia accanto al termosifone, indovinando le risposte dei quiz. La notte digitava il numero in sovraimpressione della televendita della friggitrice ad aria e degli accappatoi in microfibra: offerte imperdibili. Un cavatappi con la testa da fungo teneva insieme le dita della mano. Una scatola di bottoni tratteneva la memoria del polso. I barattoli di spezie custodivano il ritmo del respiro. Un cappello di paglia ricordava la curva delle labbra. Sotto al lavandino, una catasta di calendari degli ultimi trentadue anni.
Era marzo quando aveva smesso di usare il letto. Il copriletto tratteneva pile di vestiti di un cambio di stagione mai terminato, era arrivata la primavera, poi l’estate, l’autunno, l’inverno e poi ancora la primavera. Scatole rettangolari legate con lo spago, un cuscino, coperte di lana, asciugamani di lino, lampadine, bambole di porcellana. Dormiva sulla poltrona di velluto vicino alla finestra, con le braccia incrociate sul petto, per non cadere dentro un sogno troppo profondo. Quando pioveva, l’acqua zampillava da una fessura della grondaia e scorreva sulla parete, disegnando un ricordo o un presagio in una macchia che cambiava forma. Allora si tappava il naso e immergeva la testa, gli occhi strizzati, le orecchie ovattate. Restava sotto finché il petto non le chiedeva di tornare su.
Nella dispensa avevano trovato:
47 vasetti di marmellata alla ciliegia
52 bottiglie di olio, annate diverse
Buste trasparenti, colorate, bucate
13 scope Vileda
117 lampadine
21 confezioni di spaghetti Barilla da 500 grammi
50 pacchetti di caffè
14 lattine di salsa di pomodoro
Cocci di vetro
Tappi di sughero
26 pandori Bauli
Non avevano trovato l’inverno per cui aveva comprato i pandori.
Né le mattine in cui l’odore del caffè riempiva la cucina.
Sotto la superficie delle cose, tutto sembrava ancora respirare.
Ho letto Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele Ruol (TerraRossa, 2024) e ho pensato a quello che resta. Alla fine che fanno gli oggetti, le cose chiuse nelle scatole, i ricordi stipati negli armadi. A cosa hanno significato per noi, tutte queste cose, e a come le vedranno gli altri.