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Una strada lunga ventisette anni

By 9 Marzo 2020 13 Marzo, 2020 No Comments

Una strada lunga ventisette anni

Maria Teresa Tanzilli

Sono a Parigi, è ormai sera e non so ancora dove andrò a dormire. L’imprevisto può essere divertente, ma solo quando controllato, di certo non quello che prevede la mancanza di un tetto sopra la testa. “Quando il futuro è privo di speranze, il presente acquista un’ignobile amarezza”, diceva Zola, e aveva ragione da vendere. Parigi mi sembra ostile, le luci arroganti e sono così stanca che penso perfino di piangere un po’. Litigo al telefono con l’assistenza di Airbnb, e nel frattempo entro in una libreria in stato catatonico. Ed ecco che lo vedo, ecco di nuovo quel nome: Thérèse Raquin. Guardo la copertina con il medesimo affetto verso un amico incontrato dopo anni. Non posso fare a meno di comprarlo e in quel momento mi arriva finalmente la telefonata con la conferma: dormirò in rue de Seine numero 54. Entro nel mio piccolo alloggio parigino con un sollievo senza pari. La città è tornata a essere amichevole, mi sdraio sul letto e leggo le prime righe di Thérèse Raquin:

 

“Au bout de la rue Guénégaud, lorsqu’on vient des quais, on trouve le passage du Pont-Neuf, une sorte de corridor étroit et sombre qui va de la rue Mazarine à la rue de Seine” (In fondo a rue Guénégaud, venendo dal lungosenna, si trova il passaggio del Pont-Neuf, una sorta di corridoio stretto e oscuro che va da rue Mazarine a rue de Seine). Ero incredula. Ma io ero lì, ero in rue de Seine! Un caso? Un prodigio? Forse entrambi. Scendo subito in strada. Il passaggio del Pont-Neuf non esiste più, fu demolito nel 1912 e ora si chiama rue Jacques-Callot, ma io ero lì. Immaginavo di vedere da un momento all’altro una bottega dai rivestimenti verde bottiglia con su scritto “Mercerie” e trovare quel nome scritto in caratteri rossi sul vetro: Thérèse Raquin. Allora Zola mi voleva in quel luogo, anche se per farlo aveva dovuto farmi penare un po’. Mi ci aveva portato con l’inganno. Me lo aveva mostrato una volta e ora aveva voluto trascinarmi là per davvero. Sì perché quello era stato il nostro secondo incontro, d’inverno a Parigi, il primo era stato ventisette anni prima, d’estate a Perugia. 

 

Era il 1992, avevo dodici anni e la città era semi vuota. Mi fermavo spesso alle edicole in cerca di qualcosa di interessante. Guardavo le riviste di musica con i CD in regalo e i libri a buon mercato. Fu allora che lo vidi per la prima volta, folgorata da quel nome: Thérèse Raquin. L’idea di leggere qualcosa in cui la protagonista si chiamava come me, fu irresistibile. Avevo imparato sulla mia pelle che quella insaziabile voglia di leggere poteva non essere sempre dalla mia parte. Un libro non perdona che tu lo apra nel momento sbagliato e non puoi farci nulla; come quando a dieci anni presi dalla libreria di casa Infanzia, adolescenza e giovinezza di Tolstoj e dopo averlo finito lo richiusi pensando di essere stata per quel libro un’ospite inattesa, e lo stesso lui per me. Ci eravamo rigettati a vicenda. 

 

Come sarebbe stato con Zola? Di passione, di vita, di tradimenti io non ne sapevo nulla. Lui fu il mio Caronte in quella Parigi inospitale e squallida. Mi raccontò l’ossessione, la sporcizia, la colpa. Diventai come la vicina di casa di Thérèse, intenta a spiare la vicenda da una finestrella in rue de Seine con al mio fianco un solerte Émile Zola intento a spiegarmi ogni cosa. Non avevo ancora vissuto abbastanza, ma lui mi stava dicendo: guarda, la vita è anche questo. E io guardai, lessi e divorai quel libro coinvolta e sconvolta. Era una storia d’amore? No, Zola mi stava dicendo di no. Due amanti uccidono il marito di lei, ma una volta portato a termine il misfatto, anche solo un abbraccio tra i due diventa un orrore. E l’amore? Forse fu proprio questa sua cruda mancanza a scandalizzare i critici che definirono il romanzo “letteratura putrida”, “il concentrato di tutti gli orrori pubblicati in precedenza”. I protagonisti erano mossi da tutto fuorché dall’amore: “Fu un odio atroce (…) si mordevano le labbra, pensieri violenti attraversavano i loro occhi chiari, erano afferrati dalla voglia di divorarsi a vicenda.” 

 

Zola, piccato e risentito dalle critiche, scrive una meravigliosa prefazione alla seconda edizione del 1868, che conclude così: “…imploro il perdono delle persone intelligenti, le quali, per vedere chiaro, non hanno bisogno che si accenda per loro una lanterna in pieno giorno”. Nel mio caso era stata la tacita complicità tra lettrice e autore a rendere inutile quella lanterna. Insomma, quell’estate era successo qualcosa di bello. 

 

Quello che non potevo certo immaginare era che io in rue de Seine ci sarei andata davvero un giorno, ventisette anni dopo. Ho realizzato il desiderio più perverso di ogni lettore: finire per caso dentro un romanzo. Non smetterò mai di ringraziare Zola per avermi portato là. L’unica cosa che posso fare per sdebitarmi di questo regalo inaspettato è spegnere quella inutile lanterna accesa in pieno giorno.

Maria Teresa Tanzilli

Ha pubblicato Il patto per Fazi Editore, L’ultimo viaggio con Nero Press Edizioni e il racconto “Ogni giovedì” nella raccolta Storie di amori e follie edita da ISBN Edizioni. È una cantautrice rock.

Lettura consigliata
Thérèse Raquin
Émile Zola
Pubblicato nel 1867 e considerato uno dei massimi esempi del naturalismo francese, il romanzo d’esordio di Zola è la storia fosca e disperata del tragico legame fra Thérèse, giovane merciaia sposata all’insignificante Camille, e il rozzo Laurent: travolti dalla passione, i due amanti si ritrovano imprigionati in “un’unione necessaria, ineluttabile”, che li porterà ad ammazzare Camille per poi trascinarli in un vortice di incubi, sensi di colpa e odi reciproci. Definito dallo stesso autore un “grande studio psicologico e fisiologico”, Thérèse Raquin narra la trasformazione dei protagonisti con uno stile oggettivo, analitico, quasi clinico, che nell’indifferenza di una Parigi tetra e allucinata li osserva precipitare inesorabilmente nel degrado di una distruzione fisica e morale senza possibilità di salvezza.